Ti domandi dove sia, lei, e dove sia il Professore. Te lo domandi voltandoti ancora una volta nel letto. La vecchia sveglia balbuziente rumoreggia da sopra una mensola assonnata. Seppur sottolineato con aritmico ondeggiare, marca ogni singolo secondo con la stessa pazienza di un miniatore curvo sul proprio tavolo da lavoro.
“Ssshh… Ascolta…”
“Cosa?”
“Ascolta…”
Resti in silenzio per qualche istante.
“Io non sento nulla, Professore.”
“Nulla non è corretto. Senti il silenzio.”
Oltre l’altra parete irrompe il tramestio della vecchia lavatrice. Ti ruba al tuo pensare mentre il Professore sembra mantenere quel senso assorto che gli dipinge il volto come provenisse direttamente dalle ammalianti note del pianoforte di Monk. Una fioca luce proiettata da un impolverato lampadario seziona la sala in spicchi. Il volto del Professore è in penombra. Ti guardi attorno. I mobili portano sulle proprie spalle almeno vent’anni di sofferenze, dimenticati giornali sparlano di una politica lontana chissà quanto. Ti incuriosiscono alcuni titoli. L’Unità soffoca in lacrime la prima pagina che riporta la morte di Berlinguer. Tutto appare incredibilmente immobile, una staticità usata e consumata, come i suoni, gli odori, le crepe che scendono dal soffitto sino a giungere a tre quarti parete. Una riproduzione della Guerniga di Picasso, imprigionata in un vetro opacizzato dalla polvere, fa da cornice alla quotidianità di quel posto. Non è la prima volta che ti trovi nella sua abitazione eppure ogni volta, ed è forse questo il mistero, si manifestano sfumature differenti. Il Professore intanto si è alzato ed ha chiuso la tendina della finestra che affaccia sul cortile interno.
“Fra poco arriveranno i marmocchi…” quasi si giustifica con una smorfia. Poi apre la finestra dal lato opposto della camera, questa volta affacciata sul vicolo sottostante. Afferra un piccolo cabaret ingiallito dal sole e scompare verso la cucina.
Non riesci a distinguere gli odori. Un posacenere stracolmo emana un consunto maleodore di fumo, un piatto di minestra poggiato sulla vecchia stufa a gas racconta la cena che lo attende. Il tutto si fonde con il colore della sala. Da qualche parte hai letto delle vecchie candela da 40, ma non ricordi bene dove, seppure comprendi come il tutto possa essere specchio fedele della sua esistenza.
Intanto torna. Ha ancora con se lo sbiadito cabaret sul quale ha deposto del pane sminuzzato. Lo depone nuovamente sul davanzale. I suoi piedi, sprofondati in lontane pantofole di lana, tracciano immaginarie rette sul pavimento. Un andare costante, strusciato, meticoloso.
Si volta e ti sorride.
“Anche questa sera ceneranno.” Richiude la finestra e lo osservi nella sua inimmaginabile cortesia.
“Allora, cosa ti sembra questo silenzio, eh?”
Non sai cosa rispondere. E traspira limpidamente dai tuoi occhi fissi nei suoi.
“Non guardarmi così” prosegue “non sono mica fonte di verità suprema!”
“No… Professore… è che non capisco cosa intende…” quasi bisbigli.
“Già, già…” ed ancora l’ondeggiare in avanti del suo capo a rimarcare la tua mancanza.
“Aspettami un istante.”
Questa volta si dirige verso la camera da letto. Apre la porta e vi scompare alle spalle. La sua camera da letto è la sola stanza della casa che non ti ha mai permesso di vedere. Non ne sai il motivo e forse non te lo spiegherebbe nemmeno. E’ così, semplicemente così.
Provi nuovamente ad ascoltare quel silenzio che ti ha invitato a rintracciare tra i misteri di quella casa, ma i tuoi pensieri si perdono a rintracciare qualche segno di storia in quell’ambiente dominato da chissà quanti volti in tempi lontani e dimenticati. Non ha foto a marcare qualche legame familiare di cui si è persa traccia, eppure in chissà quanti anni ne deve esser corso di mondo tra quelle pareti. Non hai il tempo per proseguire il cammino del tuo fantasticare, fa ritorno con un piccolo volume mezzo logoro.
“Vediamo se ora capisci.” Si accomoda sulla sua poltrona e ti fissa. Non ti ha consegnato quel volumetto come immaginavi e non lo apre per leggertelo. Sta semplicemente li, a gustarsi la propria esistenza, e di riflesso la tua.
Il silenzio è cupo, quello lo comprendi. Sono attimi che vorresti riempire con parole tanto per dire qualcosa. Il silenzio ti costringe a pensare, a porti domande. Il silenzio ti permea, ti corre lungo le ossa, invade i tuoi muscoli, gioca e farti vibrare i tendini. Nel silenzio non esiste via di fuga. O bianco, o nero. Positivo o negativo. Fissi ancora il Professore. Vorresti la sua voce ed invece hai solamente i tuoi occhi. Qualcuno ha detto che gli occhi parlano più delle parole, ma non riescono a riempire quel silenzio o almeno tu non ne riscontri la capacità. Rammenti, in un angolo dimenticato del tuo periodo di vagabondo le note di Mauo. Il suo sax riempiva l’aria eppure a te giungeva solo il silenzio della sua solitudine. Violentava pulviscoli d’atmosfera salendo e scendendo d’ottave, ma ciò non bastava a fare del silenzio un dialogo. Una volta, a Ponte Sisto, concluso un personale ripercorso in Soft Shoe di Mulligan, Mauo ti aveva detto: “Non credere che il silenzio sia tutto uguale. Ognuno è differente dall’altro. puoi non accorgertene e essere preso alle spalle e colpito sino a farti vomitare l’anima, o puoi semplicemente socchiudere gli occhi e suonare.”
Tu lo avevi osservare riporre le ance del suo sax.
“Io suono e ogni volta nel mio silenzio vivo tutta al mia solitudine”.
Ora è tutto silenzio, la stanza è vuota, i ricordi si accavallano senza fare rumore. E’ il clima ideale per una partita a scacchi. E’ forse un silenzio chiaro quello che vivi, un silenzio pieno di luce. Un silenzio che ti regala una bufera di pensieri che non riesci a riordinare. Un silenzio intaccato solo dalla vecchia sveglia che puntella il tempo.
Il Professore ti fissa sempre con il volumetto stretto in grembo.
“Infrangiamo il tempo” ti sussurra sicuro. “Come fai a dialogare con un orologio che ad ogni domanda ti risponde con un perentorio tac!”
Lo fissi.
“Se avessi avuto modo di misurarlo, credo che il silenzio che separava me e mia moglie mentre lei cercava invano certezza nel mio sguardo sofferente per il suo dolore, sarebbe durato una vita intera. L’ho fissata mentre tendeva a fatica la mano verso me, ed i suoi occhi non riuscivano più a scorgere i miei lineamenti. Rammento la mia vista offuscarsi sotto il peso di qualche lacrima. Rammento il suo sorriso ed il suo tenue tentativo di scuotere la testa come a rifugiare via quei miei pensieri. Moriva, semplicemente, come ogni destino di ogni singolo essere umano…”
Cosa si prova a vedere morire la propria moglie? Te lo domandi mentre lui sembra non sapere più quale sia il suo tempo d’appartenenza.
“…Ed io le carezzavo il dorso delle dita. Sarà pesata si e no una cinquantina di chili, con quei suoi folti capelli a gemere sotto il peso di un cancro che non ne aveva voluto sapere di accompagnarla con dolcezza all’altro lato del fiume.”
Il professore apre il volume.
“Provai a dire qualche parola ma lentamente lei socchiuse gli occhi ed inclinò il capo in un Ssshh… che riempì d’improvviso la stanza come fiotto di luce. Non aggiunsi altro. In quel preciso istante compresi cosa volesse dire infrangere il tempo.”
Non aggiunge altro. Ti accorgi solo in quell’istante che sta ad occhi chiusi. Lo guardi per qualche istante perso tra le naturali pieghe della storia del suo volto. Come solchi su millenarie pietre, divinità dal sinuoso apparire, tracciano indelebilmente il suo stato d’animo. Fissi il quaderno che ha in mano, nulla di scritto sulle pagine e pure avresti detto pagine sfogliate migliaia di volte.
Il suono secco di un perentorio gocciare nel fondo di un secchio disegna in un attimo l’andare di una lacrima sino all’infrazione con la carta.
…to be continued…
intenso e emozionante……molto bello Cla!
Io ho paura del silenzio… ma tutto ciò che hai descritto è molto bello… fa pensare… A te i miei complimenti per come interagisci…
Un sorriso per te
Fata scalza