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Archive for settembre 2011

…di guardare i tuoi occhi falsi,

…di sentire le tue parole inventate,

…di sopportare ogni lamento del contorno,

…di esser giudicato per quel che pensi.

Non ho voglia…

…di viverti,

…di gustarti,

…di assecondare il tuo egoismo, quasi fosse un dovere.

Non ho voglia…

…di stringerti a me, perchè è come chiudere una mosca in una mano,

…di vivere di racconti passati, perchè il presente è oppresso dalla tua stessa oppressione,

…di inseguire un “potrebbe” incapace di divenire un “sarà”.

Non ho voglia…

…di te, semplicemente,

e maledico chi abbia messo qui, questo specchio.

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“Non riesci a dormire?” La sua mano ti raggiunge e ti volti.

Le sorridi.

“Qualcosa che non va?”

Quanto è dolce quando parla con gli occhi chiusi dal sonno. E la vedi sforzarsi di aprirli senza riuscirvi. Le sposti una ciocca di capelli che le ricopre una guancia. Ora è lei, inconsapevolmente, a sorriderti.

Ti abbraccia.

Senti il suo calore, il respiro regolare di chi sta nel primo stadio del sonno. Il profumo di quel talco alle erbe che lei hai regalato a natale. Vorresti piangere, ma non ne sei capace.

Nuovamente ti poni la domanda di come mai vorresti fare delle cose che poi, per un motivo od un altro, non fai. La notte è così malinconica.

Solo ora, avanti negli anni, comprendi di quanto sarebbe stato meglio piangere quelle sere e destarla stringendola a te, cercando parole impastate in gola assieme a quella saliva che ti si forma sul palato quando maledettamente hai bisogno di piangere. E poi lo farai su sbiadite fotografie. Che stolto.

Pensi tutto in un istante, ma domina la malinconia, seppure non sia un vero e proprio stato d’animo. Si alza fuori il vento a sibilare tra le imposte in legno. Ricordi le parole di Bastiano lette tra le righe di Buzzati. Il vecchio Procolo portato sullo schermo da Villaggio. Il vento che racconta fiabe, narra storie d’ascoltare alla flebile luce del camino. Il vento che culla sogni, che danza per le strade, che mormora indimenticate ballate di De Andrè e ti porta lontano dal giorno a venire.

Di notte, la malinconia potresti toccarla. Ironia della sorte, di fatto, non la sfiori nemmeno. La vivi. Punto e basta. Nel tuo preciso istante di malinconia, qualcuno starà morendo di fame in un angolo dimenticato del mondo. E chissà dove cazzo starà guardando dio, da par suo.

Quanto è bella tua moglie. La guardi con occhi che non vedono la bellezza esteriore, ma la grandezza interiore. Quanto è troppo più grande di te! Se potessi posarla delicatamente su di un piatto d’una bilancia, non basterebbero tutte le tue vite passate e a venire per equilibrare il peso. Se potessi tornare indietro la sposeresti milioni di volte. O forse non ti azzarderesti nemmeno a sussurrarlo, solo per amore. E di nuovo, maledettamente, ti si annebbia la vista e vorresti piangere. Avverti il momento in cui la stanchezza ti fa da padrona ed allora pensi che forse hai solo bisogno di riposare. La cingi a te. La tieni stretta con gli occhi chiusi, lei si lascia andare. Forse sopravviene il sonno in tuo soccorso. La notte va ad abbracciare il mattino. Come i tuoi battiti si confondono con quelli di lei. Uno dentro l’altro, sicuri, cadenzati, sereni. E’ancora notte e forse sognerai. Intanto la tua coscienza non gorgheggia più per quella puttana ricercata come acqua di ruscello.

Ora sogni.

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Questa notte

Sono esattamente dove dovevo essere. Qui. Solo.

Il quadrante segna l’1.33, nulla è più reale di questo silenzio. Se si potesse fermare lo scorrere del tempo resterebbe il ronzio che accompagna il mio quotidiano nell’orecchio sinistro. Tutti i giorni, ogni giorno, con la cadenza costante di chi non si arrende. Un ronzio che è come il testamento di un condannato. Evidente.

Ascolto il silenzio di questa notte e maledico l’esatto momento in cui decido di ascoltarlo. Ascolto i ricordi e maledico l’averli vissuti, a suo tempo. Ho combattuto in questo ultimo periodo contro tutto quello che non volevo invadesse il mio spazio, riuscendo a lasciarlo al margine di ogni pensiero, poi, eccolo, è il silenzio a vincere. Il silenzio che riempie ogni pagina da scrivere.

Sono imbottito di farmaci… dalla mattina alla sera… Ascolto me stesso che si spezza sotto la piega di un dubbio. E se…

Forse è solo la notte che deve passare e la mia impossibilità ad accompagnarla con l’alcool. Maledico chi ora starà godendo di altri occhi. Tutti voi. Dal primo, all’ultimo. Questa è la mia debolezza. Non ho voce e rimango a masticare del pane che non è altro che la mia cena. Sà tutto di trito e ritrito. O forse di trito c’è solo la realtà e di ritrito c’è solo la convinzione che le persone siano vere.

Ne vorrei guardare negli occhi diverse, e vorrei farlo con la forza di restare in silenzio finchè non le veda sgretolarsi sotto il loro mondo di nulla. Vorrei  vedere le loro braccia, le loro gambe, i loro muscoli sfaldarsi ai colpi del vuoto. Sarebbe bello, loro che han proclamato con l’indice puntato, quello stesso che gli infilerei nel culo per poi domandare se sia così che si misura la temperatura alle teste di cazzo.

A qualcuna piacerebbe di certo. Almeno piaceva qualche anno fa, quando glielo infilavo nel culo. Forse avrà perso il ritmo, o forse avrà trovato qualcuno che spinge di meno. Mi spiace per lei. E per lui. Che gode di un corpo, ideale sarcofago della nullità.

Ascolto il silenzio che mi inchioda e mi riporta al presente. Ascolto il rumore dei tasti sotto la pressione costante dei miei polpastrelli.  Ascolto il frusciare della luce che in fiotto acciecante squarcia la camera violentandone i contorni. Ascolto me stesso che ascolta tutto quello che non gli verrà mai detto.

E’ brutto sapere che esistono delle cose che conosci e che le persone che dovrebbero dirtele non te le dicono. E’ brutto essere seduto a domandarsi cosa vi abbia fatto per avermi portato qui. E’ brutto, soprattutto, non avere risposta.

Ad ognuno il proprio spazio, ad ognuno il proprio mondo, ad ognuno la propria fica da scopare pensando che sia esclusiva. E ad ognuna, il cazzo che desidera. Senza avere mai più spiegato a cosa serva condividere un calice di vino rosso o quanto valga una zuppa in pieno inverno cotta al camino, in una giara di terracotta.

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“…il buio ha preso il posto del coraggio di vedere paura al posto della verità si parla sottovoce o nel chiuso delle stanze nessuno canta piu’ di libertà adesso ke è una colpa solo avere un’opinione….ma voglio almeno dire due parole in nome di ki lotta per la vita, potete forse farci rallentare pero’ non vi crediate sia finita…..”

 

Siamo qui e si va avanti, fosse pure l’ultimo salto che si fa.

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…e tiri le somme e il resto non basta nemmeno per un buon calice di vino. Ma poco importa, vai avanti, giorno dopo giorno, vita dopo vita. Poi chiudi il libro, metti il segno e pensi che prima o poi ti torni nuovamente la voglia di leggere.

Le parole son sempre le stesse. Vale poco chi le monta, vale poco come sono montate, è in te il senso da prendere e da gustare e se non hai nulla da cercare molto meglio smettere.

Ecco, smettere. I pensieri come un fiume, vanno e cercano. I pensieri inseguono l’angolo distante della prossima strada. Torna una risata, torna una lacrima. Sarà un bellissimo scendere di emozioni. Avrai un vaffanculo per tutti e per tutti quell’invidia celata dietro il sapore della sconfitta.

Non hai fiato per correre. Non hai la mente per correre. Non hai il fisico per correre.

Aspetti che passi, poi ti alzerai.

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Ma tu sei lì seduta e sembri morta…

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Avrei potuto non farlo. Avrei potuto lasciar correre, avrei potuto non pensare che in fin dei conti ognuno è fatto com’è.

Ringrazio Iddio perchè non ti penso più, almeno non come ti pensavo fino a ieri (laddove l’ieri è quello stesso giorno in cui morrà l’oggi). Ora sei una nebulosa nel ricordo. Ti ho ammortizzato con la mia saliva. Ti ho ammortizzato con i miei rimpianti.

Tu sarai a fingere con chi ancora finge. Sarai a versare un nuovo calice di vino nel tuo polsino slacciato sperando che qualcuno si domandi chi sei. Racconterai a te stessa che il tempo scorre e che ancora non si vedono rughe sul tuo volto. Cancelli tutto quello che è attorno a te, per paura che un solo riflesso ti faccia pensare a quanto tu sia banale e ad ogni tuo gesto perso a cercare di non appartenerti.

Ti chiederanno se andrà bene il vino servito al tavolo e tu farai finta di capirne il gusto e lui, dinanzi a te, che con me ha sorseggiato il tempo illogico di una stretta di mano, sorriderà, e insieme barrete al volere della notte che vi porterà in un letto a sfiorare i vostri corpi. Pregando, tu, di venire, se ancora ne sei capace, e lui, di venire, perchè forse il gusto del nuovo vale quanto il primo tramonto sul mare.

Poi sarà mattino e sudore. Tu non capirai perchè e lui si vestirà. Le promesse saranno le solite e cambierà solo il letto.

In tutto questo io mi assento da me per gustarmi l’oblio oltre 750 metri sul livello del mare.

Di ritorno…

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