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Archive for ottobre 2011

Ritmo

E’ un discorso di ritmo. Il tempo, la durata, la logica, hanno poco senso se non hai un tuo ritmo. Dal ritmo dipende il gusto, dal gusto dipende la passione, dalla passione dipende il legame, dal legame dipende la durata, dalla durata dipende la consapevolezza, dalla consapevolezza dipende la convinzione, dalla convinzione dipende la felicità.

La felicità è un discorso di ritmo. Se hai ritmo al novantanove-per-cento vai a tempo,se non hai ritmo, al cento-per-cento vai fuori tempo. Semplice. Se vai fuori tempo, tuttavia, non è detto che tu sia fuori tempo, così come se vai a tempo non è detto che sia il tuo, di tempo. Per andare a tempo bisogna guardarsi negli occhi. Sperare che la persona che sia dinanzi a te, abbia, al tuo stesso pari, voglia di andare a tempo. In quel caso il tempo diventa il “vostro”. Se lo riflettiamo diventa il “nostro”. il “noi”.

Ecco, se hai ritmo, puoi sperare nel “noi”. Puoi sperare nel “noi” anche se non hai ritmo, ma in quel caso è come sperare che da un euro che metti in tasca la sera, accade che la mattina dopo ve ne siano cento. Qualcuno ha sostenuto che la speranza è l’ultima a morire. E l’ha sostenuto fino in letto di morte. Poi non l’ha più sostenuto, è morto.

Resta il fatto che se hai ritmo, poi sperare. Certo non sarà un granchè, ma è pur sempre meglio che “credere”. Se credi hai un appiglio, ma non speri. Se speri, puoi credere che quel qualcosa accada e, fosse pure una cosa insensata, ma hai due verbi dalla tua parte.

Se hai ritmo ti rendi conto che questa è la solita domenica di merda che vivi. Se hai ritmo ti domandi se sia più una domenica di merda o una domenica del cazzo. La differenza è sostanziale: una ti fa puzzare il culo, la seconda ti fa dubitare sulla genesi dei tuoi genitali. Potrà sembrare analisi di poco conto, ma in realtà aiuta a far sì che la puttana della lancetta dei secondi faccia un altro giro e si carichi quel coglione smilzo dei minuti. Una scopata degna di consuetudine e via un’altra ora.

Qualcuno ha anche detto che prima o poi la domenica passa e arriva il lunedì. Vero. Lo hanno seppellito nel fornetto accanto a quello di prima.

Intanto cerco il ritmo. E nel portafogli oltre alla foto sbiadita della mia carta di identità e qualche euro, ci sono i biglietti da visita di due ristoranti. A ritmo li raggiungerò. A ritmo domanderò al cameriere quanta scorta di vino hanno. A ritmo mi ubriacherò.

In fin dei conti è questione di ritmo. E a ritmo, attendo. Attendo che a ritmo i ricordi se ne vadano.

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Innamorato delle tue mani, delle tue mani che mi sfiorano e sorridono…

Innamorato del mio tempo e del tuo, annaffiato dalle nostre parole…

Innamorato di quella rosa del 10 maggio del 2008…

Innamorato di un prato e dei nostri sogni…

Innamorato della tua età fino ad esserne soffocato…

Innamorato dei tuoi pensieri sussurrati dalle tue fossette…

Innamorato della tua schiena…

Innamorato delle tue parole che sussurranno stagioni…

Innamorato del movimento dei tuoi capelli e dei tuoi seni…

Innamorato del vento e delle città scoperte dai finestrini dei nostri treni…

Innamorato della verità e del dubbio…

Innamorato della rabbia e dei tuoi sguardi di traverso…

Innamorato di ogni attimo sospeso e di ogni ritardo assaporato…

Innamorato delle tue lacrime e delle mie…

Innamorato delle nostre cene…

Innamorato del tuo lago…

Innamorato del tuo ventre inarcato e della pioggia battente a sancire l’amore…

Innamorato di te, oltre ogni logico perchè.

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Hai ucciso tuo padre e lo sai e non te ne interessava, almeno non nel momento in cui lo facevi. Quanti modi conosci per uccidere un uomo. Quanti? Beh. Tuo padre lo hai ucciso con il più adatto al tuo modo d’essere. Con una menzogna. Lo hai ucciso chinandoti a cercare la solita soluzione a buon mercato. Hai costruito con la polvere della tua incertezza un mondo parallelo che ti alleviasse seppure per qualche misero minuto la pena del tuo pensare. Lo vedi ora, camminare al tuo fianco lungo un sentiero inesplorato dai tuoi passi.
“Dove stiamo andando?” gli domandi.
Sorride.
“Non dirmi che non lo sai?” Sorridi a tua volta.
“Certo che lo so” ribatte, “cosa credi?”
Camminate, il bosco si infittisce, attorno alberi raccontano strani mormorii e silenzi. Il crepuscolo sussurra tra il fitto del verde. Nel silenzio il respiro sembra pulsare. Ne segui la musicalità. Tuo padre, che osservi di tanto in tanto, guarda diritto dinanzi. Ha la pelle invecchiata dal tempo e dal sole. I baffi imbiancati costeggiano delle labbra semplici. Non porta gli occhiali come sei abituato a vederlo, eppure non sembra preoccuparsene.
“Hai dimenticato gli occhiali a casa?” domandi.
Sorride nuovamente. Non distoglie lo sguardo dal passo successivo e tu non puoi fare a meno di alternare l’osservare della strada che prima o poi riserverà una meta, a tuo padre che accanto sembra non esser presente.
“Perché non vuoi dirmi dove siamo diretti?”
“Perché vuoi sapere dove siamo diretti?”
“Dio, ora fai il gioco delle domande.”
“Nessun gioco, tranquillo. Ma se ti svelo subito dove andiamo che gusto c’è a scoprire dove siamo diretti.”
“Ok, ma è più di un’ora che camminiamo.”
“Sei stanco?”
“No, cosa c’entra?”
“Allora, abbi ancora un po’di pazienza che siamo quasi arrivati.”
Questa volta sei tu a guardare fisso dinanzi. I rumori del bosco ti riportano alle favole di Rodari. Bastiano e Procolo a girare nel fondo della notte. Il tempo sembra arrestarsi, impotente al volere dei vostri passi. Cerchi di riconoscere gli animali che senti accavallarsi tra lo snodare della vegetazione. Al di là di una curva la scena sembra lievemente mutare. Guardi tuo padre.
“Ci siamo quasi” sussurra. Più a se stesso che a te.
Si apre il paesaggio, il bosco allenta la propria morsa proiettandoti in una radura vasta quanto semplice e monocolore. Sul fondo, delle persone scure, cineree, tetre. Non vi sono abitazioni, né alberi, solo una radura e degli individui. Guardi nuovamente tuo padre.
“Chi sono?”
Sorride.
A te non viene da sorridere. Man mano vi avvicinate le figure sembrano accorgersi di voi. Non vi vengono incontro, ma fissano semplicemente i loro sguardi su di voi.
“Non mi piacciono.”
“Sai quante cose non piacciono a me” ribatte tuo padre.
“Perché non ce ne torniamo indietro”
“Non puoi sempre tornare indietro a tuo piacimento.” Ti fissa. “Semplice.”
Le persone stringono le mani a tuo padre. Ma questa volta nessuno sorride. Osservi la scena senza comprendere appieno. Bisbigliano qualcosa tra loro e nonostante tu cerchi di capire, nessuna parola ti suona familiare. Resti qualche passo dietro. Tuo padre si volta, ma non ti fa cenno di seguirlo. Resti in silenzio. Un’espressione neutra colora i tuoi lineamenti.
“Non volevi esser salvato?”
“Cosa?”
“Ho detto: non volevi esser salvato?”
“Ma cosa c’entra, pa’?”
“Come cosa c’entra?” Allarga le braccia indicando le persone che lo hanno attorniato. “I miei compagni di viaggio per gli inferi, no?”
“Ma cosa dici?” Sei allarmato e ti trema la voce.
“Quanti ma, figliolo!”
Provi a gettarti verso di lui, ma i tuoi piedi sembrano ancorati al suolo. Tenti in tutti i modi a protenderti e afferrarlo, ma resti completamente immobile. Strilli, ma dalla tua bocca non fuoriesce fiato. Vorresti piangere, ma tutto è come pietrificato.
“Quanti ma, figliolo!” riecheggia la sua voce. “Figliolo!”
Ansimi. La paura è la sola strada che conosci per tornare indietro. Vorresti fuggire. Ma da cosa?
Le vertigini, ecco, la via del ritorno, le vertigini e precipiti in un fosso senza luce, senza appigli, senza qual si voglia via d’uscita. Precipitare nel vuoto è come destarsi da un incubo. Provi ad aprire gli occhi, ma li hai già aperti.
“Noooooooooooo!”
Profondo come il niente, profondo come l’odio, profondo come un silenzio, profondo come lo scherno di un cane randagio. Non c’è musica jazz lungo la tua strada questa notte. Non c’è un viandante a chiederti informazioni, non c’è nessuno a farti sentire vivo.
Tuo padre è morto. Lo hai ucciso con la tua arma più tagliente, la menzogna.

…to be continued…

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“Ok, allora è così…”, ti dici convinto… Vuole un uomo deciso, vicino. Uno che prenda l’iniziativa sempre, che non le lasci mai il tempo di scegliere, che la porti a vedere la partita la domenica allo stadio e se per caso lei non volesse andarci, che lui se ne fregasse e la lasciasse a casa sola come una cretina. Che se si esca, sia sempre dove vuole andare lui, perchè lei vicino vuole uno stronzo. Quello desidera: stare con uno stronzo la cui massima espressione culturale è “Ahò! Ma ‘nvedi quello che bella capezza d’oro che c’ha ar collo!!!”… Uno stronzo, perchè degli stronzi ci si innamora, mentre agli altri si dice sempre, con un sorriso delicato e tenue stampato sul viso: “Quanto sei dolce!”, e poi via a trombarsi lo stronzo…

“Ok! E sia!” Sei deciso a farlo, lo stronzo, tu che per anni alla tua ex non le hai fatto mai pagare una cena, per non parlare di un gelato o un caffè… Che l’hai portata in giro per l’Europa, a vivere il capodanno a Parigi tra le stelle che vi illuminavano in sinuosi vortici biancastri fra i crepouscolari squarci proiettati dalla Torre Eiffel (uno Stronzo non userebbe mai questi termini, piuttosto rutterebbe!)… che le hai regalato fine settimana in agriturismi, B&B, Beauty Farm…  Che l’hai portata a vivere in una culla ancestrale affacciata sui tetti di Roma, non in una periferia sperduta della collatina o della nettunense, no, nient’affatto… la culla ancestrale si affacciava sulla Storia, con la “S” maiuscola: un vicolo imbevuto di tempo di Campo de’ Fiori… E lei, un bel giorno, non uno qualisasi, quello del vostro terzo anniversario, si è alzata e ti ha salutato.

Ecco, sei deciso a non fare il bis… o forse sarebbe il tris, perchè nel mezzo c’è stata una cui hai portato fiori in ufficio, dopo aver girato a piedi per tre ore una delle più infime zone della Capitale: Portonaccio! (che già il nome, beh… dice tutto, no?), alla ricerca improduttiva della sua abitazione, rimediando tra l’altro anche un pugno in pieno volto… (ma questa è un’altra storia)… e lei… dopo averti detto, con quel famoso sorriso delicato e tenue stampato sul viso “Non ho mai conosciuto una persona come te…”, è tornato con il suo ex, quello che a Capodanno l’ha lasciata alle 22.30 sulla Tangenziale di Roma a piedi, o ad agosto, dopo averla fatta arrivare a Termini con le valigie per partire in vacanza, le ha mandato un sms dicendole: “Scusa preferisco partire con i miei amici!”… Ecco lei è tornata con lo STRONZO di turno…

Quindi niente bis, tantomeno tris… Stasera esci e fai lo Stronzo.

Le donne vogliono questo. Tutte, TUTTE, TUT-TE!…

Ed allora via a far finta di essere più duro di Bogart, a tirarti su il bavero del soprabito, ad accenderti una sigaretta cercando nel proprio archivio quello sguardo ammaliante… A raccontarle di quella volta che hai abbandonato la tua donna (e il “tua” lo hai sottolineato con cadenzate e mirate pause) in mezzo al deserto (esagerare è sempre utile in alcuni casi!) perchè non sopportavi più il suo profumo alle pesche selvatiche (cazzo di profumo hai tirato fuori!!!)… A raccontarle di quando hai sgominato una banda di malviventi che cercava di violentare una anziana signora…tu nel pieno della tua Stronzaggine, sei stato fermato con calma e delicatezza.

Lei si è alzata dal tavolo al quale eravate seduti e guardandoti con quel famoso sorriso delicato e tenue, ti ha detto: “Quanto sei STRONZO!”, poi ti ha tirato il tovagliolo in faccia ed è uscita.

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Spesso il viaggio non si fa solo andando, ma anche e sopratutto restando. Con se stessi, con quello che ci circonda, con i pensieri. E spesso è notte e il silenzio è permeante. Assoluto e invadente. Rumoreggia lungo il percorso e attorno solo la consuetudine del tempo e della logica.

E il viaggio prosegue. Volenti o meno.

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“Il mio tempo è una lancetta che gira al contrario”

Qualcuno proverà a dire che è un plagio… non credetegli… Lui è un brutto ceffo, magro e coi capelli neri, neri… sembra Calimero (ma più brutto, tanto più brutto… più brutto al punto tale che la Morte quando l’è andato a chiamà e l’ha visto, si è suicidata lei)…

Non credete a quel Dick falso e tendenzioso, non credete alla sua vocetta frammistata a strani suoni onomatopeici… non credete al vuoto che l’avvolge e soprattutto… ANCORA STATE A LEGGERE?????

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Ok… allora è una questione di sfida… Va bene, accetto!

Cioè… intendo… accetto dal punto di vista… nel senso lievemente lato del termine… Ossia prendo in considerzione l’ipotesi che.. visto, in quanto, possibile… cioè, per intenderci… valutando attentamente la cosa, e soprattutto dalla corretta ottica… laddove l’ngolazione giusta permette una miglioria visiva… asserisco senza ombra di dubbio… almeno senza un ombra facilmente rintracciabile… o se fosse rintracciabile e visibile diciamo che non me curo più di tanto… insomma, mi state distraendo… ecco, intendo… che accetterei se mi venisse proposto un qualcosa di differente dal guanto lanciato… ma poi perchè si deve lanciare un guanto… nel senso… per la sfida, si lancia un guanto, ma che tipo di guanto? Di pelle? Da neve? In plastica? Quello in lattice da cucina?… E poi, soprattutto, usato??? 

Come posso accettare, senza avere le basi per farlo, eh? Eh? EH?

Poi le basi…. tzè! Al giorno d’oggi!!!! Che basi si possono avere, eh? Fate presto, voi, a dire: Servono le basi! Fosse una cosa facile… Uno ci prova a farsi una base e loro che fanno?, ti chiedono l’altezza! E magari devi anche dividere poi tutto per due! Già per due, sei costretto a dividere un affitto, le bollette, il pollo (che tu vorresti la coscia, ma anche lei, e allora ti prendi il petto, ma lei ti dice che forse era meglio il petto e tu capisci male e le metti una mano sulla tetta e lei la mano te la mette in faccia!!!)…dicevo, dividi tutto per due, lo stipendio che è uno, l’amore che è eterno, l’illusione che è ottusa, la convinzione che è debole, il letto che è a una piazza e tu hai provato a dirle prendiamole uno matrimoniale, ma lei niente, perchè solo alla parola matrimoniale è saltata su tutte le furie e ti ha gridato contro: “IO L’ABITO BIANCO NON LO METTO!!!”, e tu hai afferrato solo dopo 44 ore il senso esatto del suo dire, riflettendo fra te e te che tu ti riferivi solamente alla comodità del dormire, ma non osi riprendere il discorso più che altro per poi dover accettare una nuova sfida di cui le basi sono assai più traballanti delle altre…

Ecco le altre… Lei ti guarda e ti dice: “SMETTI DI GUARDARLE!” e tu balbetti qualcosa e lei riparte: “LE GUARDAVI VERO?????” Tu scuoti il capo e lei, con la solita mano, quella post-tetta per intenderci, scuote te… Provi a ribattere che non le stavi guardando, ma semplicemente essendo ad un incontro per donne in stato di gravidanza, sarebbe difficile guardare uomini, o almeno strano… Lei sbuffa e seria ti dice: “VA BENE, GUARDALE SE PROPRIO DEVI, MA IMMAGINA CHE SIANO UOMINI!!!!” Ora sarebbe difficile, assai difficile immaginare uomini in stato di gravidanza, ma tu ci provi, ti impegni, cerchi… e persino riesci a immaginarli e ti si disegna un sorriso sul volto… allorchè lei rincara la dose: “AHHH, SORRIDI…? AVEVA RAGIONE LA PINA! STAI DIVENTANDO FROCIO!!!!” Ovviamente lo grida con tutta la forza delle sue corde vocali ed oltre a crinare 4 vetrate della sala che il gestore metterà a tuo carico, sulla tua figura che cerca di scomparire nel fondo della tua anima impiastricciata, ricadono circa 42 paia di occhi provenienti da ogni angolo del locale! Il tuo sorriso si allarga e l’imbarazzo invade la galassia… e prima che tu possa dire nulla a tua difesa, lei aggiunge:

“SCHERZAVO! HA UN GRAN BEL PISELLO!”

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