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Archive for the ‘Indietro’ Category

Viaggi verso una nuova strada e lo sai. Lo hai capito, proprio ora che molte son le cose da capire. Potrebbe essere una fortuna, o forse no, non sarai te giudice di un attimo estremo. Lei ha ricci. Sinuose onde sul capo. E non dovresti e non vorresti. Come non avresti dovuto e voluto già con l’altra prima di lei.
Qualcuno sottintende che la natura di certi uomini possa condurre inesorabilmente alla distruzione, credi sia vero. Fino a dove ancora una volta potrai spingerti senza crucciarti di tutti coloro che ti stanno attorno. E’ come l’occhio azzurro e vitreo di Poe. Il vecchio. Lo vorresti assassinare. Vorresti eliminare quel baccello che pulsa nel tuo petto senza un nesso logico. Vorresti gettare sotto le travi della tua stanza i resti del tuo corpo dilaniato dalla sofferenza. Poi posarci sopra una vecchia sedia in legno e raccontare di quanto questa notte sia ancora così lunga da passare. Ma poi nuovamente il pulsare. E diviene sempre più forte, più forte, più acceso, più marcato, più appestante. Un pulsare macchinoso che gracchia come un vecchio disco dimenticato su di un vecchio grammofono di un vecchio dall’occhio vitreo. E vorresti eliminare quell’occhio, come vorresti eliminare il tuo sguardo, ora posato su quei ricci che hanno aperto un nuovo sentiero nella tua strada. Ancora una volta fuori dal senso. Ancora una volta fuori dal gioco. Disegnerà il palcoscenico di un nuovo spettacolo. Sarà la scena ricercata lungo il vagabondare di parole inseguite nei racconti di un folle. Ti confronterai con il crescere del tuo membro che cerca ossigeno tra le pieghe di stoffe poco ricercate. Non sarà seta, né ambra, nè spezie provenienti dalla lontana Asia. Non saranno i mercanti di gomma e sudore a raccontare i viaggi per lidi nebulosi, sarà solo la tua voglia a respirare nella penombra dell’attesa sperando di rubare un attimo alle tue mani intente a cercare nuovi seni delicati.
Ti volti nel letto. Le lenzuola ti seguono, poi niente più. La lama della luce fende un colpo nella stanza. Uno squarcio come la cicatrice di un vecchio pirata. Secca e decisa. Un ghigno sul volto di un Mefistofele d’altri tempi. Ballano gli gnomi lungo il tepore del sonno. Ballano e ridono. Ridono e ballano. Aggiusti il colletto della tua giacca. Il nodo della cravatta è spostato un poco a sinistra. Sistemi il tuo abito, getti lo sguardo sulle persone che rincorrono il proprio giorno. Gli gnomi danzano e la musica è solo una scusa per non ascoltare il loro lamento. La lama fende un secondo colpo. Uno gnomo cade a terra. Il volto fisso a cercare ossigeno tra le intersezioni dei rami. Strano il bosco in autunno. Privo di foglie, lascia artigli legnosi a curare le sagome del vento. Gli altri gnomi danzano è solo un conto alla rovescia per la vestizione della tua anima. Altro colpo. Altro Gnomo. Altro colpo. Altro gnomo. Quanto durerà la vita crepuscolare della polvere? La domanda non chiede risposta, come la maggior parte delle domande. Ti chiedi se tutti coloro che ti hanno fissato in volto domandandoti se fossi felice, davvero non sapessero che mai lo sarai. Non hai voglia di perderti, ma non hai molliche da lasciare a marcare il sentiero. Aspetti che verrà giorno e come sempre speri che sia un giorno nuovo.
Ti volti nuovamente. Gli gnomi non ballano più. Son tutti morti.

…to be continued…

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Ma quanto costa il dolore? Non ne hai la minima idea e ti perdi nelle tue orme dimenticate nel freddo di una nevicata. Sarà vero che ogni fiocco è dissimile dall’altro? Guardi il cielo e lo vedi piangere. Dovresti farti la barba ma non ne hai assolutamente voglia. Stringi gli occhi al cader della neve che sfiora il tuo viso irrigidito dal tempo. Parole, parole, parole e parole. Te ne avrai sentite scorrere dentro un’infinità. Ne hai ancora di pronte per l’uso eppure ogni cosa sembra rarefarsi.
Ti volti nel tuo letto. Il freddo di quando camminavi in montagna alla ricerca delle tue orme dimenticate da chissà quale viaggio, ti penetra quasi fosse lo sguardo di un vecchio viandante. Torna per un momento la musica jazz. Lasci il corpo libero di ondeggiare, incresparsi, sussurrare.
Socchiudi gli occhi nel ritorno alla realtà.
Le lancette segnano le 2:15. Quanto sarà lunga questa notte. Dove ti trovi? Dove vorresti essere? Quanto devi piangere ancora per capire chi sei?
Già, domani sarà un nuovo giorno, ma finché questa notte avrà l’ardire di non voler finire, il nuovo giorno non arriverà mai. Il soffitto è un labirinto di pensieri che invadono le onde smussate della mente. E’ il calpestio impensato del pavimento eterno. E chi lo avrebbe mai detto che sarebbe stato così poco rifinito? Mattonelle sbiadite, quasi avessero preso il sole dai tempi dei tempi. Il bianco del soffitto avvolge ogni attimo, ma non hai fantasia in questo momento. Vorresti davvero tornare nella tua casa, ascoltare il cinguettio dei tuoi pappagalli, cercare i piedi della sola persona che ti conosce come i risvolti della sua vecchia tuta da palestra. Ma quanto costa scegliere?
Che strano Dio ha mai potuto escogitare una vita fatta di esclusive sofferenze. Nasci per morire e ne sei consapevole. Un percorso verso la morte fatto esclusivamente di penose sofferenze. Quanti saranno stati mai i momenti di vera gioia? Uno? Due? Forse tre…
E quelli di rimpianti? Dio!! Nemmeno perdere il tempo a contarli!
Hai pitturato le pareti della tua casa come fossero le pareti del tuo animo. Hai scelto le tinte, le hai custodite, le hai gelosamente amate quasi fossero le prime esperienze sessuali di una nuova vita. Hai riso di gusto, già, riso di gusto tra il freddo di un giorno che non vuole arrivare.
Ti volti e scruti oltre la tendina della piccola finestra. Fuori una tenue luce giallognola gorgheggia tra le falde del tempo. Domina la scena l’incontrastata malinconia del mondo. Che diranno tutti cani randagi che circolano liberi da catene? Non vedi l’ombra di nessuno ad infrangere quel giallo ocra dal sapore di notte.
Aveva ragione Mauo, è strano come ogni volta che ti vien voglia di piangere la gola percepisca il tuo stato d’animo molto prima degli occhi. Quando questi si annebbiano già un morso di chiusura invade tutti i tuoi muscoli. Non perdona la malinconia. Non ti lascia nemmeno fossi sull’orlo della felicità. E’ strano come si possa camminare su di un burrone senza parapetto dove se da una parte il vuoto ti conduce ad uno stato di inebriata felicità, dall’altro il nero della profondità trattiene i tuoi muscoli quasi fosse collante d’acero.
Tanto domani sarà un altro giorno, basta semplicemente addormentarsi.

…to be continued…

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Un pianista racconta i crepitii della musica. Non vi è pubblico eppure è vestito di tutto punto. Esegue la settima sinfonia di Beethoven e tu lo ascolti involontariamente. Sei rapito da quella musica e lo segui lasciando il tuo corpo libero di volteggiare sopra al pianoforte. Potresti essere uno dei trucchi meglio riusciti di un grande prestigiatore. Sei libero di danzare, non costretto da quella meccanica di movimenti propri di ciascun corpo. Rotei disegnando scie scomposte nell’immaginario di un percorso. Le musica accompagna il tuo ondeggiare e accenni un sorriso che a breve diventa uno scroscio di fiato. Il pianista non sembra disturbato dal tuo moto, o forse nemmeno avverte la tua presenza. Sorridi ancora più marcatamente. Da quanto tempo non ti capitava di vedere i tuoi occhi lacrimare di riso? Qualche goccia abbandona i tuoi zigomi e ne segui la traiettoria immaginando cada al suolo, invece si arresta sul piano. Infrange un tasto bianco che vedi sgretolarsi tra lo snodarsi delle note. Arresti il tuo riso mentre una seconda lacrima in un sibilo di proiettile colpisce questa volta un tasto nero. Nell’immaginabile eco d’uno scoppio d’ordigno l’avorio nero si spande al suolo. Alcune schegge colpiscono il pianista che prosegue la sonata. Questa volta sono le sue mani a decretare il frantumarsi dei tasti. Ogni colpo, per delicato che sia infrange per sempre la ritmica della nota. Nel breve tempo trascorso non riesci a comprendere cosa stia capitando. Vorresti scendere ad osservare da vicino, ma qualcosa ti impedisce di farlo.
Il pianista arresta l’esecuzione. E’ immobile con il capo inclinato in avanti  ad osservare il piano che appare devastato come fosse stato colpito da una presumibile scossa sismica. Vorresti fermarti anche tu, ma non ne hai la possibilità. Una voce fuoricampo gracchia metallica:
“Ha cinque secondi per riprendere, Maestro.”
Resta immobile.
“5…”
Con gli occhi cerchi la provenienza di quelle parole.
“4…”
Ancora immobile.
“3…”
Nel frattempo entra una ragazza interamente nuda. Dei seni marcati sormontati da due capezzoli turgidi e di una perfezione lineare da sembrar provenire dalle lontane penne di Giotto, puntano avanti a loro con fermezza. La ragazza, con una lunga chioma roscia raggiunge lentamente il piano, mentre tu osservi incredulo.
“2… Maestro ci pensi bene…”
La ragazza ora sopraggiunge dall’uomo. Si intromette tra il suo sguardo ed il piano. L’uomo alza il capo, ma la sua espressione non lascia trasparire né gioia né alcun altro tipo di piacevole sensazione. La donna gli si siede sopra a gambe aperte, poggiando la vulva di un rosso ammaliante sopra al suo pube.
“1…”
Trattieni il fiato e volti la testa con efficace velocità a seconda delle tue rotazioni corporee, pur di non perdere nemmeno un istante di quello che sta per accadere.
La donna afferra con violenza il capo dell’uomo e gli si avvicina leccandolo in volto. Una lingua d’un colore rosso vivo a marcare dal mento sino a sotto l’occhio destro, in una diagonale di saliva che sprigiona tutta la sua sensualità.
“Zero…”
La donna sposta indietro lo sgabello facendo leva sul piano oltre le sue spalle. Dopodiché si inginocchia dinanzi all’uomo e senza abbandonare mai il suo sguardo gli abbassa la lampo dei pantaloni.
Il tuo respirare si fa più accelerato. Non credi stia accadendo.
Estrae il membro dell’uomo ed inizia delicatamente a massaggiarlo. Una sollecitazione muscolare cui l’uomo non rimane indifferente. Lei lo osserva, stringendogli i genitali nel palmo della propria mano destra. Lui emette un sibilo sonoro che percepisci appena. Forse ti stai eccitando anche tu. La donna lascia scorrere la mano lungo tutto il membro prima di arrestarsi. Tre secondi di completa immobilità. Persino il tuo volteggiare sembra bloccato. Quanto dura l’attesa? Te lo domandi, e forse anche l’uomo se lo starà domandando. Forse persino la donna se lo domanderà. Quanto è differente l’attesa per i due. Il boia e il condannato a morte. Un’attesa lunga un corridoio. Un’attesa lunga uno spiraglio di luce proveniente da oltre una porta. Eppure è la medesima attesa che infrange il medesimo tempo. Avevano ragione i romanzieri dell’Ottocento che parlavano di tempistica relativa o forse è solo la banale soggettività che relega in un angolo la cruda realtà.
La donna stringe con la mano la propria chioma rossa dietro la nuca e in un accennato battito di palpebre cala la bocca sul membro dell’uomo. Inizia il proprio delicato scendere e risalire lungo tutto quel muscolo rigido e allungato. L’uomo geme in un silenzio infranto dall’odore di sesso. Tu ne segui ammaliato gli sviluppi. La donna aumenta la propria passione. Scende e risale sempre più velocemente, l’uomo fatica a resistere, gli ansimi si fanno più convulsi, incessanti, sospinti. E’ un crescere come di un’aria lirica, un crescere che porta l’uomo a sollevare il capo e puntare il volto proprio contro di te.
Nel preciso istante in cui il suo sguardo ricade nel tuo, il suo volto esplode frantumandosi al suolo. Questa volta non piovono lacrime, ma gocce di denso sangue che si infrangono sulla chioma della ragazza che prosegue nel proprio rapporto come se nulla fosse accaduto. Questa volta sei tu ad ansimare sempre più marcatamente. Anche tu inizi a piangere sangue e non puoi farvi nulla. Provi ad arrestare il fiotto con le mani, ma ti accorgi che non serve assolutamente a nulla. Assieme al sangue è la tua pelle a cominciare a distaccarsi dal corpo. Urli. Uno stridulo lacerante che ti proietta in uno svenimento insperato. Cadi in un vortice. Buio e luce ad alternarsi con frenesia. Un silenzio rumoroso a far da colonna sonora alla tua nuova condizione. Inizi a sudare ed imprechi in uno strano idioma che non hai mai sentito prima. Il vortice si arresta ed il buio si fa completo.
Il ritorno della notte, l’abbandono dei diavoli, le speranze tra le ali recise di angeli sconsolati.
Di nuovo la notte.

…to be continued…

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Ho perso gli occhi a guardarti,
mentre sospiri ancora una volta…
Ho perso il gusto a truccarti,
mentre correggi del tempo la corsa,
impasta la spuma del vuoto,
e guarda che cosa ne resta,
annega il rimpianto in un dopo,
allenta il passante alla cinta.
 
Ho perso di quel rosso il riflesso,
di quel calice vuoto nel bosco,
ho perso il sapore del salto,
per il sole acceso nel buio.
Hai perso un ricordo discreto
in vesti d’un “sempre” mancato,
in un “quando” sarebbe accaduto,
in un “mentre” poteva accadere.
Ed invece hai lasciato il ricordo
nel ventre d’una luna gravida
che sanguina in corde alla gola,
che sanguina in carne alla gola.
 
Aspetta che passa il silenzio,
prendi l’ultima corsa,
i miei occhi son lastre di ghiaccio,
vomito ossigeno e aria rappresa.
Senti il ronzio d’un ricordo,
alza il volume del fuori,
martella il pulsare di un ieri
scaccialo con un domani noioso.
 
Lascia soltanto che sia,
il tuo io, io, io ripetuto allo specchio,
lascia soltanto che sia,
un ventre che si infrange di voglia.
E poi sarà un nuovo “diverso”,
un “diverso” ancora più nuovo,
un “diverso” come se fosse
quell'”uguale” che ancora tu cerchi.
E resteranno soltanto profumi
nel ventre d’una luna gravida
che sanguina in corde alla gola,
che sanguina in carne alla gola.

(e non passerà mai – luglio 2011)

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Apri gli occhi e la notte è ancora fredda. Un’immagine secca e prepotente: gli occhi di tuo padre e un filo di lacrime. E il silenzio. E un sorriso inspiegabile verso un figlio amato oltre ogni senso.
La notte è ancora fredda. E non ti hanno abbandonato quelle vertigini.
‘Oh, dio! Di nuovo!’ sussurri a te stesso.
Le pareti sembrano roteare come rimbalzando da un lato all’altro del mondo. Cerchi di fermarle e anche qui non riesci. Non ricordi l’ultima volta che hai avvertito i sintomi della labirintite ed è strano venire proiettati così di getto nel presente, nel pieno della notte.
Forse in bagno hai qualche compressa di Levobren o forse son gocce, non ricordi. Il bagno dista in giro di giostra dal tuo posto, qualunque esso sia. Respiri a fondo cercando di contrarre il meno possibile lo stomaco. I tuoi muscoli iniziano già a non sopportare i sobbalzi naturali provenienti dal roteare del di fuori. Chiudi gli occhi. Ma anche il nero non ti aiuta.
“Dio, no!”
Rammenti la prima volta, il senso di disequilibrio e il vomito. Vorresti domandarti perché ora ed è buffo perché qualcuno ghignando i denti sarebbe pronto a ribadire: “E perché no?”.
Una notte può esser lunga l’infinito. Il bagno è a otto passi da te eppure sembra irraggiungibile. Ti appoggi al tuo senso e alle pareti. Finalmente arriva. Il primo fiotto di vomito. Eccolo. L’acido ti invade le nari e la bocca e fuoriesce chiazzando di uno strano colore rossastro il pavimento ai tuoi piedi. Ti sei piegato in due. Tossisci. Apri e chiudi gli occhi cercando di allontanare questo senso di nausea a vortice. Non riesci a deglutire ed un volgare filamento di bava biancastra pende dalla tua bocca. Sei inerme. Giù e via. Secondo fiotto di vomito. Hai voglia di contarli. Cerchi una sfida. Ancora il naso riempito dei resti della cena e la bocca spalancata a cercare ossigeno. Immagini che qualcuno ti tenga la testa immersa nell’acqua della piscina. Cerchi fiato. Rialzi il capo, ma il volteggiare della stanza ti proietta nel flusso onirico della tua mente. Sperimenti il disagio involontario del tuo corpo. Sudi freddo. I tuoi capelli si appiccicano alla fronte. Li sposti con una mano cercando di aprire un ipotetico sipario. Il vuoto che hai dentro è figlio del tuo sangue.
Terzo fiotto.
Questa volta è la parete ad essere colpita. Con violenza. Con veemenza. Traballi e poggi una mano sul tuo vomito. Ti fa senso. Rigurgiti in giù dell’altro cibo. Cerchi di difenderti. Immagini di essere un fiorettista costretto in un angolo, senz’arma e con la tuta forata dai molteplici colpi subiti. Gira ancora il mondo. Al diavolo, le gocce o le compresse. Che sia il Toredol a farti sprofondare nel riposo. Raggiungi il bagno con i piedi nudi che lasciano scie di vomito al suolo. Puzzi di sudore. E sei solo.
Ecco cosa ti mancava. Concentrarti sul fatto che sei solo. Solo con le tue scelte fatte, solo con le tue scelte da fare.
Afferri la confezione di supposte e via il quarto fiotto di vomito. Centri il lavandino. Domani pulirai. Con una mano ti cali le mutande, con l’altra serri il bianco denso del lavabo infranto dai tuoi schizzi. Respiri e non ricordavi fosse così faticoso. Strappi il lembo di plastica di una supposta e a tentativi cerchi di sprofondarla nel tuo ano. Divarichi poco le gambe. E sei volgare come non mai. Anche con il pensiero. ‘Quanto pagheresti per incularti una, eh?’. Già quella volgarità che hai sempre nascosto esce nel momento meno propizio. Vorresti sorridere ma non ne hai la forza. La supposta penetra in te e alzi indietro la testa cercando conforto nello specchio. Vedi ancora la tua figura volteggiare, ma sai che tra poco finirà.
Torni a letto e ti sdrai. Ora c’è solo da aspettare che il sonnifero faccia effetto. E che il mondo si fermi. Che il mondo ti permetta di scendere da questa giostra di merda. Lacrimi. La notte è ancora lunga. La notte è ancora fredda. La notte è quel momento maledetto da Dio in cui gli angeli precipitano al suolo e i demoni narrano le canzoni di tempi lontani. La notte è l’involucro delle paure, le corse affannate verso il giorno a venire. La notte è il delirio del senso, il pianto incessante di un neonato, gli abiti strappati di una donna violentata da un alcolizzato. La notte è lo spiffero dei cani, della cantina socchiusa, delle finestre rotte. È il tempo privo di luogo ed il luogo privo di tempo. La notte è tutto quello che capita…
Poi cala il silenzio.

…to be continued…

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Hai ucciso tuo padre e lo sai e non te ne interessava, almeno non nel momento in cui lo facevi. Quanti modi conosci per uccidere un uomo. Quanti? Beh. Tuo padre lo hai ucciso con il più adatto al tuo modo d’essere. Con una menzogna. Lo hai ucciso chinandoti a cercare la solita soluzione a buon mercato. Hai costruito con la polvere della tua incertezza un mondo parallelo che ti alleviasse seppure per qualche misero minuto la pena del tuo pensare. Lo vedi ora, camminare al tuo fianco lungo un sentiero inesplorato dai tuoi passi.
“Dove stiamo andando?” gli domandi.
Sorride.
“Non dirmi che non lo sai?” Sorridi a tua volta.
“Certo che lo so” ribatte, “cosa credi?”
Camminate, il bosco si infittisce, attorno alberi raccontano strani mormorii e silenzi. Il crepuscolo sussurra tra il fitto del verde. Nel silenzio il respiro sembra pulsare. Ne segui la musicalità. Tuo padre, che osservi di tanto in tanto, guarda diritto dinanzi. Ha la pelle invecchiata dal tempo e dal sole. I baffi imbiancati costeggiano delle labbra semplici. Non porta gli occhiali come sei abituato a vederlo, eppure non sembra preoccuparsene.
“Hai dimenticato gli occhiali a casa?” domandi.
Sorride nuovamente. Non distoglie lo sguardo dal passo successivo e tu non puoi fare a meno di alternare l’osservare della strada che prima o poi riserverà una meta, a tuo padre che accanto sembra non esser presente.
“Perché non vuoi dirmi dove siamo diretti?”
“Perché vuoi sapere dove siamo diretti?”
“Dio, ora fai il gioco delle domande.”
“Nessun gioco, tranquillo. Ma se ti svelo subito dove andiamo che gusto c’è a scoprire dove siamo diretti.”
“Ok, ma è più di un’ora che camminiamo.”
“Sei stanco?”
“No, cosa c’entra?”
“Allora, abbi ancora un po’di pazienza che siamo quasi arrivati.”
Questa volta sei tu a guardare fisso dinanzi. I rumori del bosco ti riportano alle favole di Rodari. Bastiano e Procolo a girare nel fondo della notte. Il tempo sembra arrestarsi, impotente al volere dei vostri passi. Cerchi di riconoscere gli animali che senti accavallarsi tra lo snodare della vegetazione. Al di là di una curva la scena sembra lievemente mutare. Guardi tuo padre.
“Ci siamo quasi” sussurra. Più a se stesso che a te.
Si apre il paesaggio, il bosco allenta la propria morsa proiettandoti in una radura vasta quanto semplice e monocolore. Sul fondo, delle persone scure, cineree, tetre. Non vi sono abitazioni, né alberi, solo una radura e degli individui. Guardi nuovamente tuo padre.
“Chi sono?”
Sorride.
A te non viene da sorridere. Man mano vi avvicinate le figure sembrano accorgersi di voi. Non vi vengono incontro, ma fissano semplicemente i loro sguardi su di voi.
“Non mi piacciono.”
“Sai quante cose non piacciono a me” ribatte tuo padre.
“Perché non ce ne torniamo indietro”
“Non puoi sempre tornare indietro a tuo piacimento.” Ti fissa. “Semplice.”
Le persone stringono le mani a tuo padre. Ma questa volta nessuno sorride. Osservi la scena senza comprendere appieno. Bisbigliano qualcosa tra loro e nonostante tu cerchi di capire, nessuna parola ti suona familiare. Resti qualche passo dietro. Tuo padre si volta, ma non ti fa cenno di seguirlo. Resti in silenzio. Un’espressione neutra colora i tuoi lineamenti.
“Non volevi esser salvato?”
“Cosa?”
“Ho detto: non volevi esser salvato?”
“Ma cosa c’entra, pa’?”
“Come cosa c’entra?” Allarga le braccia indicando le persone che lo hanno attorniato. “I miei compagni di viaggio per gli inferi, no?”
“Ma cosa dici?” Sei allarmato e ti trema la voce.
“Quanti ma, figliolo!”
Provi a gettarti verso di lui, ma i tuoi piedi sembrano ancorati al suolo. Tenti in tutti i modi a protenderti e afferrarlo, ma resti completamente immobile. Strilli, ma dalla tua bocca non fuoriesce fiato. Vorresti piangere, ma tutto è come pietrificato.
“Quanti ma, figliolo!” riecheggia la sua voce. “Figliolo!”
Ansimi. La paura è la sola strada che conosci per tornare indietro. Vorresti fuggire. Ma da cosa?
Le vertigini, ecco, la via del ritorno, le vertigini e precipiti in un fosso senza luce, senza appigli, senza qual si voglia via d’uscita. Precipitare nel vuoto è come destarsi da un incubo. Provi ad aprire gli occhi, ma li hai già aperti.
“Noooooooooooo!”
Profondo come il niente, profondo come l’odio, profondo come un silenzio, profondo come lo scherno di un cane randagio. Non c’è musica jazz lungo la tua strada questa notte. Non c’è un viandante a chiederti informazioni, non c’è nessuno a farti sentire vivo.
Tuo padre è morto. Lo hai ucciso con la tua arma più tagliente, la menzogna.

…to be continued…

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E poi torni indietro, Tutto qua.
Ad ognuno appartiene il proprio tempo. Ti volti nel letto, cerchi un display che possa lampeggiare l’ora, ma sai di non avere radio sveglie in camera. Solo una vecchia tintinnante spaccatimpani, quasi volesse misurare il tuo ritmico inspirare ed espirare.
Noi sai chi incontrerai nel tuo viaggio e non te ne importa saperlo. Quante volte hai guidato senza senso alla ricerca di una puttana che potesse farti compagnia. Già, quante volte! E non che solo una di quelle volte ti fosse passata per la mente di domandarti chi avresti incontrato. Magari un desiderio, effimero ma tenace, a riempirti l’ondulazione di pensieri. Qualche volta una roscia, qualche altra una negra, mai una slava, quelle succhiano e non vedono l’ora di scendere dall’auto. Mai che ti fossi preoccupato di chiederti chi avresti incontrato ed allora perché farlo proprio ora.
Lasci che il sonno prenda il sopravvento, che il peso dei tuoi occhi ti getti in un torpore liberatorio. E’ strano come l’animo, in tutto simile ad un fiume segregato delle illogiche esigenze umane tra imponenti dighe di cemento armato, improvvisamente si ritrovi liberato ed in grado di librarsi in volo tra le spume del cielo.
Ti domandi se la notte sia davvero notte. Ti domandi quante cose ancora non hai visto con i tuoi occhi e quante cose perderesti se proprio stanotte un dio qualsiasi, ammesso ve ne sia uno, decidesse di toglierti di mezzo.
Invidi coloro che credono in Dio, che entrano in una chiesa e si fermano a pregare. E li invidi non tanto perché hanno un posto dove andare, quanto perché hanno la forza di aggrapparsi a qualcuno. Hanno la forza di condividere le paure ed i dubbi, hanno la forza di chiedere aiuto. Se avessi chiesto aiuto, ora non saresti in questa stanza a rigirarti nel letto con l’unica finestra che piega la volta della tua abitazione lungo un minuscolo sentiero di un borgo di cui non sapevi nemmeno l’esistenza prima di giungervi.
Che l’uomo vaghi per il suo tempo e che la merda si mischi al cielo!
Amen.
Forse anche tu hai il tuo modo di pregare. Poi gli occhi pesano, si chiudono, si riaprono, ma a fatica. Si chiudono e indietro vi è solo quel nero cunicolo che collega il tuo tempo ad un tempo passato.

…to be continued…

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