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Archive for the ‘Uomo ai fornelli’ Category

Tutto il resto sono chiacchiere… 22 uova di pasta fatta in casa per realizzare tortellini alla modenese, ravioli ricotta e spinaci, fettuccine e maltagliati… il tutto per giocare a sentirsi vivi…

Poi, le cose tornano quelle che sono, gli attimi si susseguono,

le risate svaniscono al chiudersi delle porte,

gli sguardi si celano in risvolti di voglie…

Domani è sabato e poi arriverà domenica.

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Pensavate che l’Uomo ai Fornelli fosse evaporato in un pentolone d’acqua o sbruciacchiato nel fondo di un soffritto di cipolla… e invece no, era semplicemtne stato rinchiuso nel suo tinello dal rè della tarrrrvtare di Padova che, scoperta la pubblicazione di una ricetta non originale, era rosolato dalla rabbia con rosmarino e origano e mandato a Roma il suo fido din don Dan per porre giustizia. Tuttavia, grazie alla mia intima amicizia con McGyver sono riuscito ad uscire dal tinello e armato di forchettone in legno e parannanza, sono tornato ai fornelli per un nuovo gustosissimo piatto invernale…

Eccoci dunque al Risotto con Castagne, Uva e corteccia di sughero. Premetto immediatamente che la corteccia non si mangia, questo ovviamente lo dico principalmente a Roberto che già lo immagino costretto alla poltrona del dentista per risistemare quei quattro dentacci che gli sono rimasti. La corteccia di sughero serve semplicemtne per fare il brodo, che ora verrò a spiegare.

Si avvvina Natale e invece di preparare il solito e smunto presepe, nemmeno in terra cotta, ma in plastica per risparmiare quei pochi euro accantonati dopo i salassi governativi, prendete la corteccia con la quale avevate idea di costruire la capanna (considerate che il fido Dick Sick, ha iniziato a preparare la capanna all’età di 5 anni e data la sua proverbiale manualità, è previsto che al festeggiamento del suo 27esimo compleanno, dovrebbe essere completata) deponetela in una pentola piena d’acqua e fatela sterilizzare a 130° per una quarantina di minuti.

PS (per Roberto): i restanti pezzi del Presepe non servono, pertanto lasciali sul mobile che ha costruito papà e spolverato mamma.

Torniamo a noi. Dopo i quaranta minuti trascorsi, tagliatela in quadrati di 5 per 5 cm, fatela lessare in acqua salata per una ventina di minuti e lasciatela in acqua finchè il non sia raffreddata in modo che tutto l’aroma del legno si trascerisca nel brodo. Una volta che l’acqua è fredda, scolatela e mordetela… FERMIIIII, scherzavo… Scolatela e tenete da parte il brodo.

Ora, in una padella sufficientemente larga fate rosolare della cipolla con un filo d’olio extra vergine di oliva, bagnate con della birra rossa artigianale, possibilmente doppio malto e lasciate evaporare. Passaggio assai fondamentale è che per la costruzione di questa pietanza vengano adoperate esclusivamente posate in legno. Prendete nota e ricordate.

Andiamo avanti. La base del nostro risotto è pronta. Aggiungete il riso (consiglio personalissimo, il Superfino Carnaroli della Barraggia Vercellese si addice alla perfezione) e mondate con il brodo ottenuto dalla corteccia di sughero. Lasciate cuocere per una decina di minuti e aggiungete del sale, del pepe, non tritato ma battuto al mortaio, una grattata di noce moscata e una battuta di coriandolo. Trascorsi ulteriori dieci minuti incorporate le castagne pelate che preventivamente avrete fatto bollire. Per una maggiore amalgama potrete metterne una metà spezzate in quattro parti e una metà ben tritate a mano. Continuate a cuocere aggiungendo del brodo e quando il riso sta per giungere a cottura, aggiungete gli acini di uva tagliati a metà e privati di buccia e semi. Una volta che il riso è pronto, lasciate riposare coperto per circa 3/4 minuti aggiungendo in pentola qualche rosa di burro.

Per una tipologia di piatto di questo genere si consiglia la compagnia di amici veri o della propria metà. Personalmente arriverei ad un massimo di sei persone sia per gustare il piatto che le sensazioni. Impiattando il riso, potrete guarnire con i quadrati di corteccia e un giro di pepe bordo piatto. Come ben sapete, non si può mangiare senza accompagnare il tutto con del buon vino. Ne consiglio uno di estremo corpo e rigore come il Vassallo di Colle Picchioni (Lazio) dal colore rubino e dai sentori di viola, giaggiolo e pinoli.

Detto questo, buon appetito e a presto, sempre che il campanaro e il rè non mi vogliano rinchiudere nuovamente!!!

Ingredienti per 4 persone

– 300 g di riso Superfino Carnaroli della Barraggia Vercellese (consigliato Azienda Agricola Egidio Marinone)

– 250 g di corteccia di sughero

– 100 g di uva rossa

– 160 g di castagne

– 2 dl di birra rossa artigianale doppio malto

– olio extra vergine di oliva, pepe, sale, noce moscata, coriandolo, cipolla

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In quest’ultima domenica di agosto per la gioia non so di chi, ma certamente di Roberto che senza l’Uomo ai fornelli, mangia esclusivamente pane raffermo e vodka (con variante di pane raffermo e grappa), torna il vostro uomo preferito in parannanza…

Oggi prepariamo (si fa per dire, visto che nessuno di noi avrà gli ingredienti in casa) le Quaglie ai petali di rosa.

Vien da sè che serviranno innanzitutto le quaglie e i petali di rosa. Per le prime, non serve che acquistate un intero armamentario da caccia come ha fatto il buon Rob per recarsi nel giardino del proprio condominio a cacciare quaglie (ho dovuto poi spiegare che quel che aveva cacciato non erano quaglie, ma gatti…. ehhh), è sufficiente che vi rechiate in una qualsiasi macelleria fornita di cacciaggione ed il gioco è fatto. Per le seconde, dovete prestare attenzione soltanto al fatto che le rose siano rosse e ricche di petali. Non fate i pulciari (tipica espressione romana per indicare coloro che pur di risparmiare un euro venderebbero anche un loro familiare…) che andate a prendere le rose dai marocchini lungo la strada, quelle sono tinte e se non volete, a fine pasto, assumere la colorazione di Homer Simpson, sarà meglio che le acquistiate da un fioraio di fiducia… Non fate nemmeno come Roberto che è stato avvistato aggirarsi per un cimitero a rovistare tra vasi di fiori… Spendeteli questi 15 euro…

Ora, veniamo a noi.

Convincete il vostro gentile macellaio a darvi le 2 quaglie necessarie già spennate ed eviscerate (al suo commento: “Ah, signò, ve piace liscio er quagliotto, è?” alludendo chiaramente ad un gusto pressochè sessuale, voi lasciate cadere il discorso e fingete di cercare un burro di cacao per il vostro yorkshire…). Giunte a casa mettetele in una padella larga avendo prestato attenzione a legargli le zampette per meglio presentarle in tavola. Lasciate che rosolino con burro, sale e pepe e passiamo al secondo step.

Postilla: Per questa ricetta sarebbe consigliato utilizzare il Sale nero di Cipro (con il quale successivamente potrete anche guarnire il piatto lasciandolo nelle sua struttura caratteristica, ossia piramidale e cava) chiaramente macinato. Si acquista con pochi euro tranquillamente online e la spedizione impiega circa 4/5 giorni.

Dicevamo, però, del secondo step. Allora, staccate, con grande attenzione, i petali delle 4 rose e pestateli nel mortaio assieme all’anice.  Separatamente farete dorare le 4/5 castagne sul comal (disco di terracotta usato per cuocere le tortillas di mais o per tostare il caffé e il cacao, in sostituzione andrà benissimo anche quel disco di ferraccio bucherellato che utilizzate per fare le famigerate caldarroste, e se non avete nemmeno quello, potete usare una comunissima padella, e se non avete nemmeno quella, guardate su internet un ristorante!!!), successivamente le sbuccerete e le farete bollire per poi farne un puré. Fino a quì, mi sembra tutto molto chiaro… Noterete che il piatto non è semplicissimo, ma proprio nelle difficoltà, noi ci esaltiamo!!! (potete vestirvi anche da samurai, se volete, e proseguire!)

In una seconda padella, possibilmente di ceramica (se solo provate a pensare ‘Ammazza, questo quanto rompe i cogl…’ vi costringo ad ospitare Roberto per una settimana!… non avete nemmeno idea, cosa voglia dire….) fate rosolare in un po’ di burro e dell’aglio tritato finemente. Quando quest’ultimo sarà imbiondito (termine per definire una variazione di colore dell’aglio, non pensate che esso abbia dei capelli!) unite il purè di castagne, il miele di tiglio, i petali di rosa, due cucchiaini di Pitaya (più avanti vi spiegherò cos’è) e salate a piacere con l’ormai, conosciutissimo, sale nero di Cipro. Qualcuno aggiunge della fecola di mais per addensare leggermente la salsa, io personalmente sono contrario. Ma ognuno faccia come cazz… gli pare… Ops!, scusate mi son fatto lasciare prender la mano…

Bene, proseguiamo. Una volta ottenuta la salsa, passatela al setaccio e aggiungete due gocce di essenza di rose. Mi raccomando che sia due, altrimenti ai vostri commensali sembrerà di stare a brucare su di un prato… Lasciate sul fornello per altri 2/3 minuti e togliete il tutto.

Ricordate che inizialmente noi stavamo preparando 2 quaglie? Quelle con le zampette legate? Bravissime, proprio loro. Bene, ora versate nella stessa padella dove sono le quaglie, tutto il composto che abbiamo ottenuto e fatele insaporire per ulteriori 10 minuti. Le nostre Quaglie ai petali di rosa sono pronte e possiamo servire in tavola.

Prendete un piatto piano bianco o in vetro (qui mi rivolgo ai maschietti single – Roberto non leggere, tu sei automaticamente tagliato fuori: sarebbe carino che voi, presi da un attacco di charme, abbiate acquistato dei piatti in vetro per la classica unica sera in cui li utilizzerete per fare colpo. Avrete un abbigliamento ricercato, avrete messo il profumo e la tavola, con due candele ad illuminare l’ambiente, sarà panorama esclusivo del vostro modo di conquista. Lei cadrà ai vostri piedi senza sapere che dalla sera successiva, sarete nuovamente in canottiera, butterete giù 5 birre ghiacchiate una dopo l’altra alternate da rutti mascherati con sorrisi di circostanza, e cenerete su pessimi piatti di carta…)… Ma torniamo a noi… Avete preso il vostro piatto sul quale lascerete cadere dei petali di rosa in maniera irregolare, poi deponete al centro la quaglia e fate colare con un cucchiaio della salsa, sia sopra la cacciaggione, che a giro attorno per guarnire (cercando di non mandarla sui petali di rosa). Dopodichè prendete la metà della pitaya e tagliatene tre fette sottilissime che deporrete a raggiera da un lato, poi, a pioggia e tutto attorno, fate cadere del sale nero di Cipro non macinato… Sarà meraviglioso!

Postilla 2: Cos’è la pitaya? La pitaya, detto anche “Frutto del Dragone” è per l’appunto il frutto di una particolare specie di cactus, appartenente quindi alla famiglia delle Cactaceae (Hilocereus undatus). Ne esistono due varieta’: la pitaya gialla, originaria della Colombia, e la pitaya rossa, di origine vietnamitica. La varieta’ gialla (più comunemente trovata in Italia), assomiglia ad una pigna sottile, mentre quella rossa ha una forma piu’ rotonda e, sulla buccia, delle lingue verdi allungate che avvolgono il frutto. La polpa all’interno puo’ essere sia bianca che rossa, con tanti minuscoli semi neri commestibili; e’ di consistenza morbida, con un gusto dolce e delicato particolarmente aromatico. Si trova comunemente in qualsiasi frutteria fornita.

Riassunto ingredienti

– 4 rose, possibilmente rosse
– 2 quaglie
– 4/5 castagne
– 2 cucchiai di burro
– 2 gocce di essenza di rose
– 2 cucchiai di semi di anice
– 2 cucchiai di miele di tiglio
– 2 spicchi d’aglio
– 1 pithaya
– sale nero di Cipro e pepe

Vino consigliato

Per una portata di questo tipo, ricca di sapore e aromaticità, non possiamo non andare a scegliere un vino del Sud-Italia e in particolare questa volta, ci dirigiamo nel Comune di Barili, in Basilicata, dove troviamo la Tenuta Le Querce. Il vino che vi propongo per la nostra serata a due è il Viola, un Aglianico del Vulture, che presenta un sapore di frutti di bosco e spezie esotiche. Risulta fresco al naso e terroso in bocca. Il finale offre sentori fruttati e ammandorlati. E’ moderatamente tannico ed ha un tasso alcolemicco di 13%.

Ora non vi resta che trovare il partner…

Postilla 3 – per Roberto: La possibilità di trovarlo/a (il/la partner, fai tu…) è assai rara, pertanto ti consiglio l’acquisto di una unica quaglia… se vuoi la mangi, altrimenti la fai accomodare al tuo fianco, accendi le candele e…. beh… il seguito alla tua fantasia…

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Ad alcune cose credi non si possa credere (e scusate il gioco di parole), poi ti trovi ad avere Roberto… sìììììììì proprio lui, lo ricordate??? Il fedele commensale dell’Uomo ai Fornelli… quello per intenderci che taglierebbe una cipolla con il macete….o asciugherebbe l’insalata con il phon…. Ebbene, ti trovi a stare con lui e comprendi che l’incomprensibile non esiste…

Lui praticamente parla tutte le lingue del mondo… raccolte in un unico dizionario Roberto-Mondo, Mondo-Roberto, di cui non vi è necessità di Bignami (per i più giovincelli quel libercolo che usavamo per cercare di arrivare ad un misero 5- ai compiti in classe al tempo del liceo… una sorta di succo del succo del succo…) perchè di fatto lui comunica a gesti e in un linguaggio del tutto suo…

Ebbene, veniamo a noi…

Questi giorni nella magione in cui ci troviamo, principalmente per fare il bagno in piscina a mangiare e bere assieme… oltre al sottoscritto, e a Roberto (tra l’altro vorrei fotografarvelo – e non è escluso che vi riesca – perchè dovreste vederlo sdraiato al sole delle 14.00 su un materassino giallognolo, lui con il suo Panama inseparabile e i suoi occhiali da sole… unto come un tagliere di salumi toscani adagiati sulla sabbia di Rimini… a galleggiare al centro della piscina…), siamo in compagnia delle bellissime Francesca e Silvia, e del meno bello (ma solo perchè da maschio a lui una bottarella non la darei… non che la darei alle due donzelle di prima… cioè… certo che gliela dar…. vabbeh, oltrepassiamo la problematica…).. dicevamo del giovine, Gabriele, cugino del famigerato poliglotta, e di due coppie di ragazzi belgi che sono qui in vacanza…

I ragazzi parlano ovviamente oltre alla loro lingua natia anche l’inglese con il quale cercano di comunicare con Roberto… Quì viene il bello… Ieri durante la cena, e anche dopo, la povera Francesca ha rischiato il trapasso causa crampi addominali da risata… Roberto con lo charme da filetto di baccalà fritto (per restare in tema unzione…) ha spiegato dove questa sera si sarebbe andati a mangiare… un posto vicino al Tevere. Ebbene, ha esordito dicendo: “Tumorro ui go eat here…”. Uno dei ragazzi ha giustamente e timidamente cercato di obiettare che “here” sarebbe qui, ossia a casa e che non gli sembrava che il fiume fosse dalle nostre parti… Roberto ha tenuto, anche con una certa veemenza, a precisare: “No, here qui… here lì!!!”, indicando con il braccio un imprecisato punto oltre l’orizzonte della sua vista…

Ma questa è solo una delle tante, del nostro famigerato commensale preferito… Ha chiesto ai ragazzi belgi se oggi avrebbero gradito per pranzo una “insalata di rais… ” (comunemente chiamata “insalata di riso”)… a Gregor che stava grattandosi all’altezza di una spalla, causa il sole preso in questi giorni, ha chiesto nel suo italiano maccheronico (anche l’italiano non è una lingua masticata appieno): “Che è? Te batte? Tum… tum… tum….”, imitando con la mano un’ipotetica vena che avrebbe dovuto pulsare all’altezza della spalla… bah…

Fatto sta che il nostro Rob… è il nostro Rob… e noi gli vogliamo bene, perchè senza di lui, noi avremmo un grande vuoto… dialettico…

E soprattutto perchè lui ce ne vuole a noi di bene e a me, che ancora mi sopporta e mi invita!!!!

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Correva voce che l’Uomo ai fornelli fosse in vacanza… ma si sà, come James Bond, l’Uomo ai fornelli non riposa mai, è sempre vigile, attento, pronto ad intervenire qualora la sua presenza si necessita… Un’unica differenza lo distingue dal Bond mondiale (non quello italiano di carta che non vale una emerita BEEEEEP!!!): lui, il mitico James, tra una sparatoria e l’altra tromba come un riccio: bionde, more, rosse, calve…e sempre con un’anagrafe che segna massimo 21 anni… Lui, l’Uomo ai fornelli, tra un pasticcio di zucchine e un’aragosta alla maionese di Cayenne, non tromba mai nessuno e non perchè non abbia voglia o sia impotente (seppure i più dicano che ultimamente utilizzi crick e viagra), quanto piuttosto perchè l’anagrafe di chi gli sta vicino ha battuto, di solito, già le 75 primavere… (e poi non gliela danno lo stesso!!!!)

E così quest’oggi, per nostra, ma soprattutto vostra e loro, fortuna eccolo pronto con una nuova ricetta assai particolare… Moooooooolto particolare… Le tagliatelle ai funghi “Tri” e radicchio trevigiano.

Ora voi potreste pensare che non ci voglia nulla a preparare un simile piatto, ma… (i “ma” sono sempre alle porte… non fate come il MI-TI-CO Roberto che quando, per l’appunto gli ho detto che i “ma” son sempre alle porte, lui è andato ad aprire e non trovando nessuno ha strillato per le scale: “La smettete di fare questi scherzi del cazzoooooooo!”)… dicevamo dei “ma”…

Ebbene, per prima cosa è fondamentale scegliere attentamente gli invitati che parteciperanno al vostro banchetto. Scegliete le persone peggiori che conoscete, quelle che non sopportate, perchè come dice il buon samaritano: bisogna sempre essere benevoli con chi più ci vuole male… Fate vedere che nonostante loro vi abbiamo preso a parolacce più di una volta, nonostante vi abbiamo trombato la donna mentre eravate al commissariato perchè avevate smarrito il portafogli, nonostante vi abbiano graffiato la macchina scrivendo sulla fiancata: compro sempre due banane perchè una la mangio… (cercate di capirla), voi non portate rancore e proprio per loro avete organizzato una cena “memorabile”.

Dunque andiamo alla cena… Per prima cosa è necessario acquistare i funghi. Potrebbe esser difficile trovare in commercio il Tricoloma equestre (nella foto in alto), poichè con intervento d’urgenza il Ministero della Salute con una ordinanza pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 28 agosto del 2002, lo ha fatto togliere dal commercio dopo che si sono accorti uccidesse con una velocità e cattiveria inaudita. Infatti, facendo ingerire una piccola quantità del suddetto fungo si riesce a provocare nel malcapitato di turno la rabdomiolisi, ossia la rottura delle cellule del muscolo scheletrico lasciando che il vostro commensale si sgretoli come un castello di sabbia…

Ora, dicevamo che potrebbe esser difficile reperirli, ma non impossibile visto che il funghetto (trallalero trallalà) era autorizzato in Italia per la commercializzazione sia come fresco che come conservato, surgelato, congelato, sott’olio e chi più ne ha più ne metta… (di funghetto, non di quella banana trascritta sulla vostra portiera… potrebbe esere sconveniente…), poi, certo, una volta resisi conto che portava comodamente oltre lo Stige (più semplicemente sotto due metri di terriccio umido e maleodorante) han pensato bene di toglierli dal commercio (Ma che geni!!!!)…

Ora tornate a noi… Certo non è carino organizzare la cena a base di funghetto cattivello cattivello… ma ricordate chi sono gli invitati???? Quindi proseguiamo… Tagliate i funghetti e fateli soffriggere (state attenti a non assaggiarli, che voi sareste capaci e poi vai a dire al medico legale che non son stati gli altri ad avvelenarvi), dopo una decina di minuti che sfrigolano, aggiungete del sale, del pepe nero e una punta di alloro… Allungate con un sorso di vino bianco e lasciate evaporare… Non fate tirare completamente il sughetto che poi la pasta vi verrà troppo secca…

Le tagliatelle come ben sapete andranno cotte in acqua salata. Quando mancherà un minuto al termine della cottura, scolate e riversate la vostra pasta nella padella dove sono i simpatici funghetti… Fate saltare sul fuoco per un paio di minuti e poi aggiungete il radicchio che antecedentemente avevate tagliuzzato a pezzetti… Andate avanti per un altro minuto scarso (fate 47 secondi, così siamo tutti d’accordo) spruzzate con grana et voilà, il piatto è pronto…

Quando porterete in tavola la vostra prelibatezza qualcuno potrà domandarvi come mai voi non assaggiate la pasta, con fare sorridente risponderete che (vi lascio tre opzioni):

1) “Sono in dieta ed i carboidrati non posso mangiarli” (fate ovviamente attenzione a non bere i vostri soliti 5 litri di alcool o finirvi la riserva di cognac, potrebbero non credervi in seguito);

2) “ho fatto merenda con le lasagne farcite con strutto, maiale e porchetta affumicata e mi sento leggermente appesantito”;

3) ampliando il vostro sorriso “No, sapete, i funghi sono velenosi” (loro non vi crederanno e moriranno senza battere ciglio).

 

Riassunto ingredienti:

– tagliatelle all’uovo (comprate le Rana che mi sta antipatico e quando la polizia indagherà cercheremo di far ricadere la colpa su di lui)

– funghi tricoloma equestre (non prendete i porcini per fare prima, perchè il risultato non è lo stesso ed il costo maggiore)

– radicchio trevigiano

– sale, pepe nero, grana padano

Vino da abbinare

Innanzitutto è da sottileneare che il Tricoloma equestre, come ogni altra specie di fungo, a parte la tendenza dolce di fondo, non ha sapidità, pertanto servirà un vino aromatico. Il consiglio senza dubbio può ricadere su di un Sauvignon Blanc, ancor meglio se affinato in legno, e la cantina che potrei consigliarvi, ancor più nello specifico, è quella Ferrin, autoctona e di gran gusto, dove la bacca bianca del vitigno ben presenta le caratteristiche necessarie al nostro funghetto, ossia il sentore erbaceo e di frutta fresca che riempie il palato. Il costo è leggermente elevato, ma per togliervi quei rompicoglioni di mezzo, non credete ne valga la pena???

 

N.B.: E’ solo un consiglio estivo, non dovete per forza metterlo in pratica…

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Partiamo con il fatto che ci sta della confusione di fondo… L’Uomo ai fornelli, smessosi gli abiti da lavoro (abiti… una parannanza con raffigurato sopra il corpo scolpito di uomo, ricordo di un fisico mai avuto…) aveva indossato pinne e maschera per la meritata vacanza… Ma anche qui un errore di fondo. Dick alla guida dell’Enterprise non si è diretto verso il mare, no… ha optato per un comodo viaggio tra gli appennini per poi giungere a Treviso dove ieri si è superato….

Ma andiamo con ordine… Fermo restando l’esser deriso per aver lasciato l’Enterprise con la maschera e il costume, rendendomi solo conto successivamente di essere giunti a Treviso, a un attimo dalle Alpi, per capirci, ho scoperto, mio malgrado, che la parannanza sarebbe stata ancora necessaria.

Nel mentre Dick cercava di barattare l’euro di mancia con il posteggiatore marocchino che garantiva la supervisione dell’Enterpise e la propria mediazione con i poliziotti locali che avrebbero di certo contestato la tipologia di parcheggio (sembra non sia apprezzato da queste parti radere al suolo le abitazioni… strani questi terrestri…), proponendo in cambio una copia masterizzata dell’ultimo cd di Pupo, (il brano preferito di Dick Sick è a chiudere il post), mi è giunta perentoria la telefonata di Roberto.

“Ohiiiiii, salvami…. ho gente a cena…. vai con la ricetta…”

“Gloo… glooo…. glooooo…..”

“Non capisco, ripetiiiiii… sento male…..”

Resomi conto che sarebbe stato necessario rispondere togliendo la maschera, ho provveduto al piccolo dettaglio, domandando all’amico cosa avesse in frigo.

“Nulla, come al solito!”, ha risposto… “Anzi, no! Aspetta…. Ho un limone celeste e un uovo deposto a fine luglio… dello scorso anno…”

Non abbattendomi all’evidente impossibilità di dirimere la questione… “Una soluzione ci sarebbe…”

“Vai….”

“La sola cosa che puoi preparare… è la tavola… certo, il servizio di piatti che hai non è il massimo… ma almeno quelli ci sono… poi scendi e ordina le pizze!!!!”

“Ottimo!! L’acqua la metto in caraffa…”

‘A meno che non vui farli bere dal lavello del cesso…’. ho riflettuto tra me e me…

Nel frattempo il capitano Kirk, scoprendo lo spritz e dopo essersene fatti appena otto di fila, ha esclamato: “Agnhh… svuossii…sprimmmmmiear….” prima di stramazzare al suolo. Dick ha ruttato e si è messo a disegnare.

Ah! a proposito di Dick. Ieri dicevo si è superato. Siamo giunti nell’appartamento di Fabio, amico di Sara (e poi dici gli amici non servono!!!) che gentilmente ci ospita. Giunta l’ora di uscire, abbiamo spento le luci ed io sono uscito sul pianerottolo. Prendete nota che la porta non è stata chiusa, quindi io e Dick,distavamo l’unbo dall’altro circa 94 centimetri. Cercando di trovare l’interruttore che accendesse le luci per le scale, ho inavvertitamente premuto il nostro campanello. Dick ha pensato bene di alzare la cornetta del citofono (posizionata a 35 centimetri da entrambi) blaterando: “Prontoooooo…. scendiamooooooo”. Una volta accesa la luce (i pulsanti erano due non è stato così complesso…) ho guardato Dick, che ha avuto l’accortezza di riagganciare e fare finta di nulla….

Ma possiamo, noi, scoprire mondi lontani…. bah…

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Fortunatamente arriva la vacanza e l’Uomo ai fornelli non ci sta più… (mi volevate far cucinare anche in vacanza???) cioè, l’uomo ci sta lo stesso, ma non cucina… tornerà a dilettarsi attorno al cibo da dopo ferragosto e ha già in mente alcune delizie estatissime (tiè!) con il burghul…

Ma ora torniamo a noi, oggi parliamo di un piatto semplice ma di ottimo gusto, piatto che ogni qual volta ho amici a cena (tra cui l’ormai famigerato Roberto) e ogni qual volta il pasto è a base di carne, è un antipasto che mi viene richiesto quasi in carta bollata… Trattasi della Tartare, o come dice Roberto (pseudo snob-de-noantri con leggera pancetta e capiente calvizia… ma con fascinooooooo…mmhhhh….) Tarvtarvvvv….

Ebbene eccoci a noi. Per fare la Tartare potete anche non aver pagato la bolletta del gas… è un piatto crudo (al chè alcuni spesso esordiscono con faccia schifata: “Ma che ci dai la carne cruda????”), ma che non vuol dire che faccio entrare in salotto un bue al guinzaglio e ognuno deve dargli un morso… E’ un piatto crudo ma che in realtà si marina al limone. Non fate come Roberto che la prima volta cui ho spiegato il piatto, al termine marinare si è diretto a recuperare paletta e secchiello (è anziano ma con animo di bimbo!!!), marinare vuol dire che il succo di limone (nel nostro caso) di fatto “cuoce” la carne.

Ora, come si procede. Andate dal vostro macellaio di fiducia (quello che vi incul… ops… ma lo fa con il sorriso e a voi sta tanto simpatico…!), e chiedetegli, lavoriamo sempre per 4 persone, due etti di filetto, macinato due volte. Due etti è poco, ma voi dovete fregare il macellaio. Lui ne metterà 3 e dirà: “Signò, v’abbasta?” (se è di Bergamo alta…), voi farete un cenno di consenso e lui penserà di avervi fregata. In realtà a voi servivano proprio 3 etti di carne. Non rispondete mai al macellaio quando vi domanda: “Signò, quanti trucidi c’ha a cena?”, restate vaghe, perchè il disgraziato se sa che siete in 4 vi darà un chilo di carne!!!!!

E’ importante che venga macinata due volte e che il filetto si ottimo (deve essere di un bel rosso caldo). Una volta acqusitato, tornate a casa (se non avete da fare altri giri… se dovete invece andare alla posta, andateci…)

La tartare si prepara al momento, poco prima di mangiarla, e servono i seguenti ingredienti: scalogno, limone, sale, pepe, brandy o cognac (preferibile il secondo), ketchup, senape, uovo e ovviamente sale.

Ora, come si prepara. Poco prima che i vostri commensali saranno arrivati a casa, voi prendete un tagliere grande e deponetevi sopra il manzo tritato. Con le vostre belle manine che avrete lavato prima di mettervi all’opera, comincerete a lavorare la carne impastandola come fosse, per l’appunto, pasta. Una volta lavorata per 1/2 minuti, la disporrete come fosse il Colosseo, ossia con un buco al centro (non vi mettete a fare tutte le finestrelle, non serve…). Nel suddetto foro, disporrete il tuorlo dell’uovo, un cucchiaio di senape, una spruzzata di ketchup,  una grattata di pepe nero, lo scalogno che avrete tritato a pezzetti con la mezzaluna (capirai mo’ va a spiegà cos’è la mezzaluna… è un tipico coltello da cucina con lama ricurva e due impugnature a pomolo in legno), una bella spremuta di limone (state attenti a non lasciarvi cadere i semi, in caso toglieteli) e sale q.b., e rimettetevi ad impastare. Sì, lo so, vi sporcherete le mani, ma non fate gli shizzignosi (altro noto termine bergamasco che sta ad indicare l’avere la puzza sotto al naso).

Dopo che avete impastato, aggiungete un tappino di cognac, e ripartite (a impastare intendo, che voi siete capaci di lasciare tutto e riandarvene in vacanza!!!). Non è necessario che il cognac sia un Luis XIII, va benissimo un comune cognac che avete in casa. Impastate ancora. Poi se per caso sapete che i vostri invitati amano il piccante, potete anche osare aggiungendo delle gocce di tabasco, mì raccomando non troppe che poi servono gli estintori… Impastate ancora per un paio di minuti e la tartare è pronta.

Ovviamente sarà brutta da vedere così: tutta storta, con le vostre ditate a formare delle cavità… (mamma mia, che schifo…!!!), ma potete provvedere…

Prendete una comune scodella, deponetevi la tartare all’interno e pareggiate con il bordo del piatto, dopodichè prendete un piatto da portata ampio e rivoltate la scodella su questo piatto, possibilmente in posizione centrale. La tartare scenderà giù ed avrà la forma di una cupola… Quando si dice la magia…

Prendete del prezzemolo che avevate tritato, sempre antecedentemente, e mettelo a pioggia attorno alla tartare (fate in modo che non avete anche voi un Roberto a cena, che quando gli ho detto: “Ora metto il prezzemolo a pioggia”, lui ha aperto l’ombrello!!!… ehhh…). Stessa operazione fatela con il pepe nero. Se avete dell’erba cipollina staccatene due/tre gambi e poneteli sulla vostra cupola per terminare il lavoro.

Riassunto ingredienti

– 3 etti di filetto di manzo

– scalogno

– limone

– cognac

– ketchup, senape, sale, pepe nero, tabasco (se la fate piccante)

– prezzemolo ed erba cipollina (per abbellire)

– estintori (se avete usato troppo tabasco)

Vino consigliato

La maggior parte delle persone abbina alla tartare di manzo un rosso, possibilmente un Chianti dei colli senesi o un Conero. Vado contro tendenza e vorrei farvi provare, con il suddetto piatto, un Gewürztraminer o Traminer aromatico. Diciamo innanzitutto che è il vitigno più caratteristico dell’Alto Adige e il suo nome deriva dalla zona che si presume di appartenenza ossia il Termeno. E’ di colore giallo dorato con un profumo intenso, caratteristico, di grande aroma fiorito e fruttato. La cantina che potete provare è la Taschlerhof e nello specifico l’Eisacktaler Gewürztraminer, dal retrogusto fresco, piacevolmente amaro e dalla fresca acidità. Il tasso alcolemico è di 14,5°, quindi non eccedete!!!! (o se lo fate… beh… abbassate le luci…).

Buona estate dall’Umo ai fornelli.

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