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Posts Tagged ‘morte’

…di tutti gli Auguri inviati a destra e manca. Chi vuole ha il mio numero.

…di tutti i rapporti occasionali: di parole, di sorrisi, di promesse, di “ci vediamo domani…”.

…di tutte le volte che ho creduto che sarebbe potuto essere, e come al solito non è stato.

…di tutte le risate rubate ai ricordi.

…delle lacrime inutili.

…di tutti i messaggi di circostanza: a voce, per sms, per mail, per Skipe…

…di tutto il tempo che mi hai e mi avete rubato.

…di questa vita di merda, vorrei dire, ma poi qualcuno mi posterà commenti del cazzo, senza sapere un cazzo…

…delle attese vane, delle certezze perse, delle volte passate a percorrere chilometri inutili, dei variopinti tentativi di pulirsi l’anima solo per sentirsi apposto con se stessi, vero?

…dei saluti inventati, dei “ciao”, dei “dai, poi ne parliamo…”.

…delle strade da percorrere con il gusto della scoperta… rullino i tamburi… non c’è un cazzo da scoprire, e se anche ci fosse, sarebbe la solita scoperta del cazzo…

…delle gocce di Lexodan.

E infine, FINE di questo Blog.

Grazie a tutti e tutte per le parole, le risate, il gusto di avervi incontrato e perso senza nemmeno un gran motivo. Solo perchè forse doveva andare così. Grazie ai “Come”, ai “Quando”, ai “Però”.

Grazie a me stesso.

Buon viaggio a tutti.

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Hai sognato tutto. Dall’inizio. Un sogno prolungato a scorgere chissà quale tempo addietro. La tua casa. Questa nella quale sei non è la tua casa, come non è il tuo letto. Non è nemmeno la tua città. Cosa ci può essere di tuo in questo posto? Ti verrebbe di urlare la libertà. Ma il fiato resta in gola mentre tentando di sciogliere i muscoli del collo, rigidi come corde di archi araldici, ti riadagi sul letto.

L’hai sognata anche questa notte. La donna dalla quale sei scappato dopo averla violentata con i tuoi comportamenti egoistici. La sogni con l’identica puntualità con cui chissà quante volte l’hai tradita. E’ bella e sai già che non riuscirai mai a non innamorartene ogni volta che la incontri. E’ come quella sensazione già vissuta: avresti voglia di fare una cosa, ma sai già, perfettamente che non la farai. Hai lasciato la tua casa costruita assieme a lei per cosa? Un piccolo monolocale dimenticato nel cuore di un borgo medievale nei pressi di un lago. Sì, affascinante, ma non lo condividi con nessuno.

Sei solo.

Fuori le spesse mura di mattoni, il vento chiacchiera tra il divincolarsi dei viali. Una sorda preghiera ascoltata da chissà quale Dio. Un rimestio di voci di chissà quale età, proveniente dalle radici del tempo. L’unico piacere è l’assaporare i ricordi, o forse la convinzione, nemmeno tanto marcata, che basterà il sorgere del sole a farti riemergere da quella profondità.

Ma è ancora notte e ti volti dall’altro lato del letto.

Chissà dove andrà la tua anima una volta abbandonato questo corpo. Credi che le anime affini, senza dubbio, si ritroveranno. E’ un semplice passaggio ad uno stadio di totale sublimazione. Sarà, ma quando arriverà il sonno a rimpadronirsi del tuo disagio? Ti viene da contare le vite scivolate via da te. Gli amici che non hai più, che non hai saputo coltivare. Che ti hanno lasciato dopo essersi resi conto di chi realmente fossi. Già. E questa volta la lacrima è reale. Procede come un sottile ruscello di montagna verso le pendici del tuo volto. Si incanala in una piega sgualcita della tua guancia. Bagna il cuscino e si addormenta carezzata dalla sofficità del tessuto. Dove sono i tuoi amici reali. Dove quelli inventati di strada. Quale angolo del loro mondo stanno disegnando con i pastelli delle loro scelte. In fin dei conti sarai per sempre legato a loro, anche se probabilmente non ne avrai mai più certa notizia. Sei come quel giocatore di dadi che non ha il coraggio di gettare le proprie sorti sul tavolo verde per paura, non tanto di perdere, ma di aver concluso i propri lanci. Ed allora fai roteare quei due piccoli cubi bianchicci all’interno di un palmo. Li lasci liberi di sfregarsi tra loro come due innamorati al primo incontro. Li lasci liberi d’amarsi tra il calore che emana il tuo corpo.

Ti volti nuovamente. Niente. Il sonno proprio non vuole saperne di sopraggiungere. Cerchi dei discorsi da promuovere nel tuo subconscio, ma nulla ti aiuta. Inutile diventa cercare parole. Non hai la capacità di emetter suono. Rammenti vagamente il Professore seduto sulla panchina nei pressi dell’Aniene. Una gamba più corta ed una mezza stampallaccia arrugginita ad accompagnarlo. Fissa dritto il fiume e l’osservi. Scorre il tempo, come lieve si increspa in rivoli l’acqua dolciastra.

“Ce ne faremmo una colpa se non entreremmo mai nella storia?”

“Dio… non credo…” rispondi.

“Già” annuisce continuando a fissare l’acqua avanti a sé tra l’irregolarità pronunciata di cespugli incolti.

“E’ come quando lanci un sasso nel fiume. Infrangi uno specchio, ma basta poco, davvero poco, che tutto ritorni alla perfetta normalità di partenza.”

Rifletti e ti rendi conto sia vero.

“Ha infranto qualcosa che non doveva infrangere?”

Scrolla le spalle socchiudendo per un istante gli occhi. Non hai parole da aggiungere mentre alcuni gabbiani regalano piroette tra le spume del cielo.

“La verità è che non si è più capaci di sognare. Abbiamo l’animo rattrappito. Ci lasciamo navigare dal tempo e poi, una volta trascorso, ci lamentiamo che avremmo potuto fare chissà cosa ed invece…” Dalla tasca estrae un vecchio fazzoletto a quadri e si soffia con forza il naso. E’ un gesto abitudinario, di circostanza, come volesse riempire il silenzio quasi fosse una giara di coccio.

Ora è una rondine che invade il tuo orizzonte e con celerità assoluta sfiora l’acqua probabilmente assaporando il tuo fiume.

“Visto che rapidità?” ti domanda.

Annuisci.

Annuisce.

“E’ ora di andare. Il mio stomaco borbotta.” Si alza senza domandarsi se tu voglia seguirlo o meno.

Non ti alzi, lo guardi allontanarsi mentre lui, senza voltarsi, prosegue con la sua andatura aggrappata a quella stampellaccia arrugginita.

Ma come si può inseguire un sogno per tutta la vita sapendo già che probabilmente resterà un irraggiungibile punto luminoso al fondo del pozzo. Come si può essere così immaturi da non rendersi conto che oramai le parole non hanno più quel sapore di sfida che mostravano nelle lontane sere d’estate, quando davanti a boccali di denso vino rosso, si strappavano promesse all’amico e si sognavano ragazze con le quali avremmo provato quelle pratiche amorose rubate di straforo a qualche film proiettato nel pieno della notte. E si rideva, dio se si rideva. Qualche volta fino a piangere, a piegarsi in due dalle lacrime.

La differenza con quel tempo è che prima si partiva dal riso per arrivare a piangere, ora si parte dal pianto e non si giunge mai al riso.

…to be continued…

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Lo incontrai una sera. Pioveva. Sia lui che il cielo. Ascoltai per un breve momento il rumoreggiare del suo cuore, mentre lungo i miei passi che incedevano verso il solito, distrattamente meccanico, percorrer della sera, il fiato si faceva sempre più pesante. Rammentai una vecchia lettera di una vecchia amica. Non di età, di tempo. Asseriva fosse pesante camminare in maglioni di lana sotto la pioggia, non fosse null’altro che il peso. Guardai il mio busto ed avevo indosso una giubba di stoffa. Guardai il viandante con la coda dell’occhio, ed indossava, anch’esso, una giubba di stoffa.

La sera sarebbe stata una sera ideale da percorrere verso un pensiero, invece limitavo il mio andare verso casa. Mi domandai cosa facesse, lì, quell’uomo. Me lo domandai voltandomi un paio di volte indietro. Me lo domandai cercando di capire quanti anni avesse. Il suo volto mentiva, certamente. Forse la strada, forse la pioggia, forse colpa di una scelta impensata fino ad un attimo prima di pensarla.

La seconda volta che mi voltai, si era accasciato su di un fianco. Pensai di tornare indietro e cercare di capire. Non lo feci. Come non feci tante altre cose da quel giorno in avanti.

La mattina successiva mi capitò tra le mani un qualche involontario quotidiano. Alla pagina cronaca un viandante era stato trovato morto su di un fianco. Un cronista fedele al proprio lavoro e alla volontà di intelletto aveva immortalato la scena come fosse festività di paese. Si chiama lavoro.

Lessi l’articolo. Due volte. Lo rilessi, altre due volte, poi finalmente guardai quella foto. Il mio volto, impressionato sulla carta, era accasciato verso un domani.

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Correva voce che l’Uomo ai fornelli fosse in vacanza… ma si sà, come James Bond, l’Uomo ai fornelli non riposa mai, è sempre vigile, attento, pronto ad intervenire qualora la sua presenza si necessita… Un’unica differenza lo distingue dal Bond mondiale (non quello italiano di carta che non vale una emerita BEEEEEP!!!): lui, il mitico James, tra una sparatoria e l’altra tromba come un riccio: bionde, more, rosse, calve…e sempre con un’anagrafe che segna massimo 21 anni… Lui, l’Uomo ai fornelli, tra un pasticcio di zucchine e un’aragosta alla maionese di Cayenne, non tromba mai nessuno e non perchè non abbia voglia o sia impotente (seppure i più dicano che ultimamente utilizzi crick e viagra), quanto piuttosto perchè l’anagrafe di chi gli sta vicino ha battuto, di solito, già le 75 primavere… (e poi non gliela danno lo stesso!!!!)

E così quest’oggi, per nostra, ma soprattutto vostra e loro, fortuna eccolo pronto con una nuova ricetta assai particolare… Moooooooolto particolare… Le tagliatelle ai funghi “Tri” e radicchio trevigiano.

Ora voi potreste pensare che non ci voglia nulla a preparare un simile piatto, ma… (i “ma” sono sempre alle porte… non fate come il MI-TI-CO Roberto che quando, per l’appunto gli ho detto che i “ma” son sempre alle porte, lui è andato ad aprire e non trovando nessuno ha strillato per le scale: “La smettete di fare questi scherzi del cazzoooooooo!”)… dicevamo dei “ma”…

Ebbene, per prima cosa è fondamentale scegliere attentamente gli invitati che parteciperanno al vostro banchetto. Scegliete le persone peggiori che conoscete, quelle che non sopportate, perchè come dice il buon samaritano: bisogna sempre essere benevoli con chi più ci vuole male… Fate vedere che nonostante loro vi abbiamo preso a parolacce più di una volta, nonostante vi abbiamo trombato la donna mentre eravate al commissariato perchè avevate smarrito il portafogli, nonostante vi abbiano graffiato la macchina scrivendo sulla fiancata: compro sempre due banane perchè una la mangio… (cercate di capirla), voi non portate rancore e proprio per loro avete organizzato una cena “memorabile”.

Dunque andiamo alla cena… Per prima cosa è necessario acquistare i funghi. Potrebbe esser difficile trovare in commercio il Tricoloma equestre (nella foto in alto), poichè con intervento d’urgenza il Ministero della Salute con una ordinanza pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 28 agosto del 2002, lo ha fatto togliere dal commercio dopo che si sono accorti uccidesse con una velocità e cattiveria inaudita. Infatti, facendo ingerire una piccola quantità del suddetto fungo si riesce a provocare nel malcapitato di turno la rabdomiolisi, ossia la rottura delle cellule del muscolo scheletrico lasciando che il vostro commensale si sgretoli come un castello di sabbia…

Ora, dicevamo che potrebbe esser difficile reperirli, ma non impossibile visto che il funghetto (trallalero trallalà) era autorizzato in Italia per la commercializzazione sia come fresco che come conservato, surgelato, congelato, sott’olio e chi più ne ha più ne metta… (di funghetto, non di quella banana trascritta sulla vostra portiera… potrebbe esere sconveniente…), poi, certo, una volta resisi conto che portava comodamente oltre lo Stige (più semplicemente sotto due metri di terriccio umido e maleodorante) han pensato bene di toglierli dal commercio (Ma che geni!!!!)…

Ora tornate a noi… Certo non è carino organizzare la cena a base di funghetto cattivello cattivello… ma ricordate chi sono gli invitati???? Quindi proseguiamo… Tagliate i funghetti e fateli soffriggere (state attenti a non assaggiarli, che voi sareste capaci e poi vai a dire al medico legale che non son stati gli altri ad avvelenarvi), dopo una decina di minuti che sfrigolano, aggiungete del sale, del pepe nero e una punta di alloro… Allungate con un sorso di vino bianco e lasciate evaporare… Non fate tirare completamente il sughetto che poi la pasta vi verrà troppo secca…

Le tagliatelle come ben sapete andranno cotte in acqua salata. Quando mancherà un minuto al termine della cottura, scolate e riversate la vostra pasta nella padella dove sono i simpatici funghetti… Fate saltare sul fuoco per un paio di minuti e poi aggiungete il radicchio che antecedentemente avevate tagliuzzato a pezzetti… Andate avanti per un altro minuto scarso (fate 47 secondi, così siamo tutti d’accordo) spruzzate con grana et voilà, il piatto è pronto…

Quando porterete in tavola la vostra prelibatezza qualcuno potrà domandarvi come mai voi non assaggiate la pasta, con fare sorridente risponderete che (vi lascio tre opzioni):

1) “Sono in dieta ed i carboidrati non posso mangiarli” (fate ovviamente attenzione a non bere i vostri soliti 5 litri di alcool o finirvi la riserva di cognac, potrebbero non credervi in seguito);

2) “ho fatto merenda con le lasagne farcite con strutto, maiale e porchetta affumicata e mi sento leggermente appesantito”;

3) ampliando il vostro sorriso “No, sapete, i funghi sono velenosi” (loro non vi crederanno e moriranno senza battere ciglio).

 

Riassunto ingredienti:

– tagliatelle all’uovo (comprate le Rana che mi sta antipatico e quando la polizia indagherà cercheremo di far ricadere la colpa su di lui)

– funghi tricoloma equestre (non prendete i porcini per fare prima, perchè il risultato non è lo stesso ed il costo maggiore)

– radicchio trevigiano

– sale, pepe nero, grana padano

Vino da abbinare

Innanzitutto è da sottileneare che il Tricoloma equestre, come ogni altra specie di fungo, a parte la tendenza dolce di fondo, non ha sapidità, pertanto servirà un vino aromatico. Il consiglio senza dubbio può ricadere su di un Sauvignon Blanc, ancor meglio se affinato in legno, e la cantina che potrei consigliarvi, ancor più nello specifico, è quella Ferrin, autoctona e di gran gusto, dove la bacca bianca del vitigno ben presenta le caratteristiche necessarie al nostro funghetto, ossia il sentore erbaceo e di frutta fresca che riempie il palato. Il costo è leggermente elevato, ma per togliervi quei rompicoglioni di mezzo, non credete ne valga la pena???

 

N.B.: E’ solo un consiglio estivo, non dovete per forza metterlo in pratica…

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